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Il Pamir. Racconto di un viaggio

Sognando la Thailandia sul Pamir

Siamo a Dushanbe, un altro mondo rispetto all'Uzbekistan. La città è molto più moderna e organizzata per i turisti. La piazza principale è rappresentata da un monumento grandissimo fatto ad arco, con accanto due imponenti leoni e alle spalle una sfilza di fontane con getti d'acqua molto scenografici. Abbiamo solo il tempo di fare un giro e qualche foto. Dobbiamo organizzarci per la prossima destinazione e l'Agra Bank risolve in un attimo tutti i nostri problemi. Con le tasche piene di dollari e il pieno di benzina siamo pronti a un tragitto che ci porterà fino al Kirghizistan attraversando il Pamir.

Prima tappa Khorog. Sono 516 chilometri. Sappiamo della difficoltà che incontreremo riguardo la percorribilità della strada e abbiamo considerato di farli in 10 ore. Al solo pensiero ora ci viene da ridere. Siamo arrivati alle 7 del mattino, 19 ore di macchina, vi lasciamo immaginare come poteva essere la strada. Già chiamarla strada è difficile, tutta attraverso montagne, interminabili tunnel, discese incredibili con strapiombi da brivido, fiumi... Bianchina ha risposto alla grande. Il panorama è incredibile, ci ha dato la forza e il coraggio di andare avanti, con la continua curiosità di vedere cose c’era dopo la curva e rimanendo ogni volta affascinati. Dal punto di vista naturalistico c'è tutto ciò che si possa immaginare: colline, montagne, alle spalle altre montagne più alte con le cime innevate, fiumi, laghi e immense distese verdi. Sembra di stare in una scena di Jurassic Park. Quando cala la notte è un incubo, le buche non si vedono e a ogni sbandata c'è il pericolo di cadere in un dirupo senza fine. Ci siamo persi, o almeno così ci sembrava, solo perché non riuscivamo a vedere più la strada. Bisognava attraversare un fiume con rocce alte quasi un metro, ecco perché pensavamo di esserci persi. Invece quella era la strada da fare. Per 300 chilometri abbiamo percorso tutto il confine con l’Afghanistan, segnato solo da un fiume non più largo di 30 metri. La voglia di attraversarlo e di mettere la nostra bandierina anche in questo stato è stata tanta, ma l’acqua era troppo fredda e abbiamo rinunciato. Ci siamo riposati a turno, se così si può dire, e al nostro arrivo a Khorog abbiamo impiegato giusto il tempo di rifare il pieno, riempire tre taniche di benzina come scorta carburante, mangiare qualcosa e, credeteci o no, siamo subito ripartiti per percorrere l’autostrada più alta del mondo, la Khorog-Osh, conosciuta come il passo del Pamir e chiamato anche Bam-i Dunya. Un tempo era parte della Via della Seta, 740 chilometri di pura bellezza naturalistica.

Il tratto stradale è ben asfaltato e ci permette di mantenere una buona andatura, all’inizio quasi rimpiangiamo il percorso Dushanbe-Khorog, anche se più che accidentato trasmetteva un'adrenalina positiva. Dopo qualche chilometro davanti a noi si apre uno scenario incredibile, siamo all'interno di un film. Una strada dritta e lunga senza fine, ai lati immense distese verdi e intorno tutte montagne, con vette che superano i 7.000 metri, con i 7.719 metri del Kungur, i 7.546 mentri del Muztagata, i 7.495 metri del picco Ismail Samani e i 7.134 del picco Ibn Sina. Una gioia per i nostri occhi. Ci fermiamo per pranzare in una casetta ai lati della strada, zuppa con carne e brodo di montone e una bella focaccia a testa. Ce la caviamo con 5 dollari. Una volta rifocillati, ripartiamo. Incontriamo pochissime auto per molti chilometri. Siamo soli e siamo invasi da una sensazione di libertà e di completa tranquillità. Ci scambiamo pochissime parole, siamo troppo presi ad ammirare il paesaggio e a spaziare con la mente. Durante un fuori strada, Bianchina si arrampica sulla cima di una collina. Da lì continuiamo a piedi: la vista è stupenda, sembra di essere al centro del mondo! Certo, la discesa è un più complicata e ce la siamo fatta tutta con il sedere per terra, una scivolata di quasi 100 metri. Continuiamo a macinare chilometri, finalmente tranquilli sulla sicurezza della strada.

Mai dire mai e mai distogliere l'attenzione: all’improvviso una buca, un bel salto e dopo un secondo una puzza di carburante invade la macchina. Nel salto il tappo di una tanica di diesel è saltato e 5 litri si sono rovesciati sugli zaini e su tutti i vestiti. Ci fermiamo al volo, apriamo la portiera e anche i nostri vestiti si impregnano. Un disastro, più di un'ora per ripulire, risistemare e buttare ciò che non si può salvare, ossia quasi tutto. Le montagne hanno tremato per le grida, il diesel ancora cola ed è un pericolo anche accendere una sigaretta. Alla fine ripartiamo e il paesaggio cambia notevolmente: ora ci sono solo montagne. Prima la neve ricopriva solo le vette più alte, adesso anche quelle più basse. Il freddo inizia a farsi sentire e anche Bianchina fa fatica. Stiamo salendo considerevolmente, si fa notte, e in 20 secondi di sfortuna succede di tutto: crolla il solito finestrino, un freddo ci ghiaccia, scendiamo e lo risistemiamo, neanche 10 metri e le luci di posizione smettono di funzionare, non sappiamo come ma riusciamo a sistemare a colpi di pugni anche quelle, nell'oscurità prendiamo una buca e sentiamo che la macchina sbanda, scendiamo già sapendo a cosa andiamo incontro. Abbiamo bucato.

Vento, freddo, puzza di diesel, uno di noi con una mano mezza rotta... non ci importa niente, siamo così felici di essere in un posto così bello ed entusiasmante che tra battute e risate decidiamo di prendere tutto come un'esperienza divertente. In fin dei conti siamo in un posto unico al mondo e non sono queste le cose che ci possono buttare giù. Rimettiamo tutto in ordine e ripartiamo alla volta della dogana. Al nostro arrivo nevica, siamo passati dai 42 gradi e oltre di Dushanbe agli 0 gradi. Tre controlli da passare: il primo, controllo macchina, il secondo, controllo antidroga. Entriamo, ci chiedono se abbiamo droga con noi. La nostra risposta, naturalmente, è un no secco. Visto che siamo Italiani ci chiedono di cantare L'Italiano. Eseguiamo la nostra performance (stiamo diventando sempre più bravi!) e ci lasciano andare senza controllarci. Al terzo controllo, guardano i passaporti, timbro e via. Possiamo andare ma dopo 36 ore alla guida siamo morti, non possiamo raggiungere Osh, mancano altri 280 chilometri. Chiediamo così di poter dormire in dogana, in macchina, tanto siamo abituati. Loro invece ci offrono due letti liberi nella loro piccola casetta riscaldata alla grande da una stufetta a legna. Sapevamo dell’ospitalità dei Kirziki ma quella dei Palmiri va oltre ogni comprensione, ci hanno fornito coperte, cibo, acqua, sono stati fantastici. Penso che ci abbiano salvato da una morte per assideramento. Quando la mattina ci svegliamo e proviamo a rimettere in moto la macchina, ci vuole mezz'ora per accenderla, si è congelata e noi ci saremmo congelati al suo interno. Per capirci, questa dogana è aperta solo tre mesi l’anno, in inverno la temperatura scende sotto i 60 gradi.

Entriamo così nel tredicesimo stato, a 4.000 metri d’altezza il paesaggio cambia di nuovo. In poco tempo capiamo perché questo passo è considerato così unico. Un panorama indescrivibile, siamo così alti, ma allo stesso tempo così piccoli di fronte alle maestosità di quella catena montuosa. Sotto di noi una strada tortuosa si snoda fino ad arrivare in pianura, una pianura che ricorda molto la Mongolia, distese immense, Yurt sparsi qua e là con i camini fumanti, cavalli liberi di galoppare a loro voglia, mucche, capre e pecore, ogni tipo di bestiame possibile al sostentamento. Una famiglia locale che possiede uno Yurt distante dagli altri ci invita e ci offre una pallina di formaggio appena fatto, la signora lo ha preparato davanti a noi. Per la fame ce lo siamo divorato così velocemente che, senza neppure, chiedercelo altre due palline erano già pronte. Stanchi ma felici per quanto stiamo vivendo, arriviamo ad Osh. Non vogliamo metterci alla ricerca dell'alloggio più economico. Non riusciremmo neanche a fare un altro chilometro. Ma la fortuna gira e viene in nostro aiuto; troviamo un hotel centrale, una stanza molto carina con balconcino a 1.000 sum, circa 15 euro. Accettiamo immediatamente, doccia di un’ora a testa, portiamo tutto in lavanderia ... è giunto il momento di mettersi a dormire!

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