Guardando Roma



Spesso la mia valigia è arrivata a Termini sia per studi sia per ritrovare amici, accompagnandomi in bellissimi soggiorni nella capitale più bella che abbia mai visto.

 

Descrizione del viaggio

Raccontarvi dei maestosi edifici, dell’appassionante storia che si respira a ogni angolo, del simpatico accento e dell’ottima cucina non porterebbe a nulla di nuovo. Quello che vorrei è condividere la mia esperienza e portare a farvi osservare una Roma diversa dal solito scoperta grazie a fantastiche persone.

È maggio e mi trovo in un locale particolare, famoso per le chiusure prolungate e il suo particolare karaoke. Io e i miei amici guardiamo l’orologio. Sono ormai le cinque di mattina: l’ora ideale per cercare un posto che ci permetta di osservare il risveglio della capitale. Decidiamo che la notte passata non si adatta al Gianicolo e un amico ci invita a seguirlo al Monte Ciocci. Da Piazza Navona Valle Aurelia. Dopo quasi tre quarti d’ora di camminata arriviamo alla base di questo Monte, ormai dimenticato dai romani e dalle guide turistiche, ma non dal sole che, ai primi raggi, fa risplendere i fiori rampicanti e la mancata manutenzione. Nessuno ricorda quest’altura della Valle Aurelia, adiacente alla vecchia ferrovia del papa, da dove il Vaticano sembra esser sorretto dall’arcangelo Michele. I nostri occhi stanchi rimangono assuefatti dalla luce che non fa ombra, ma si addentra nei Fori Romani e nei buchi di finestre e serrande. I colori si vergognano dando vita a forme di delicati contrasti tra cemento e foglie. Siamo senza parole e ringraziamo il nostro amico. “Un’alba che si può dipingere, raccontare, ma non immaginare.” 

Dopo qualche ora scendiamo e mentre facciamo colazione, mi tornano in mente altri posti particolari in cui mi sono addentrata in questo mese e, sempre di più, mi convinco di quanti sono i misteri che Roma nasconde.

Adiacente a quest’area, ad esempio, c’è la simpatica Via Piccolomini, zona residenziale sull’Aurelia Antica, che offre un gioco di prospettiva osservando la terrazza occupata dal capolavoro di Michelangelo. All’inizio della strada, la Cupola di S. Pietro occupa tutto il campo visivo per arrivare ad allontanarsi quando si raggiunge la balconata che domina la vista sul quartiere Balduina. Un effetto ottico inaspettato che riesce a creare sorrisi di stupore. Gli stessi che provoca la piccola serratura del Portone del Priorato dei Cavalieri di Malta, sita sulla sommità dell’Aventino. Piccole code per la visuale speciale.  Il cupolone centrato, incorniciato da un arco di foglie, un corridoio di una decina di metri, buio intorno. “Nun lo poi fotografà, a serratura se guarda e basta” così la pensano i romani come pensano che per conquistare una donna basta portarla al Pincio: qualche scalino di fatica e poi lo spettacolo. La cupola senza più cornici, senza giochi di prospettiva. Così com’è. Inserita in uno dei panorami più vasti di Roma, la terrazza di piazza Napoleone I. Le luci rossastre del sole che cade dietro Monte Mario. Il bianco dell’Altare della Patria che, imponente, spicca tra le rovine dell’antica Roma. La città eterna a più di 180° gradi. I giardini raffinati di Villa Borghese alle spalle, al di sotto, Piazza del Popolo, come una cartolina in bianco e nero. 

Per una cena da imperatori propongo la terrazza retrostante a Piazza del Campidoglio: amici, tramonto sui Fori aspettando la luna che fa emergere la maestosità delle antiche colonne, i personaggi folcloristici agli incroci, strimpellatori di percussioni e cantastorie che, come a teatro, si accomodano su sedie di legno o sui san pietrini incominciando a colorare la notte romana.

Per i riposi pomeridiani, invece, immergetevi nella natura dell’Orto Botanico, alle pendici del Gianicolo, nell’antico parco di Villa Corsini, custode di un’oasi orientale. Il primo giardino in Italia realizzato negli anni ’60 da un giapponese, Ken Nakajima, in stile sen’en: un vero paradiso dove le persone permettono alle palpebre di chiudersi dolcemente sopra agli occhi soddisfatti alla vista di ciliegi e ulivi, un mix che stringe un patto d’amicizia tra la civiltà giapponese e quella mediterranea, accostati a due ruscelli uniti da un pontile in legno. Avvicinandosi al chioschetto, si possono trascorrere ore piacevoli, imitando le posizioni invidiabili dei gatti sugli alberi e osservando la vastità della capitale circondata da foglie, spighe e profumo di gelsomino. E si aspetta l’accensione della lanterna che annuncia la chiusura del Giardino Giapponese

Non solo giardini verdi e curati. A Roma è facile immergersi in una natura più rude, spontanea. La metro A conduce alla fermata Giulio Agricola, qualche centinaio di metri a piedi, poi immagini che ricordano i cinematografici Campi Elisi del Gladiatore, il Parco degli Acquedotti. Vaste distese di graminacee interrotte da un tratteggio di sette mastodontici resti di acquedotti: uno rinascimentale, i restanti portano su di loro tutto il fascino dell’impero romano. Trenta metri l’altezza massima. Sotto quello denominato Claudio scorre lenta l’acqua del fosso di calicetto, ai suoi margini un po’ di verde e qualche girasole coltivato. C’è chi corre, chi si stende al sole, chi si concede una pedalata tra i sentieri. Tanti vivono questo come un semplice parco, pochi i consapevoli della Tomba dei Cento Scalini, della Villa Le Vegnacce, del casale di Roma Vecchia e del fosso medioevale dell’Acqua Mariana. Tanta storia in un parco che ancora aspetta la notorietà. 

L’autenticità della pietra, riporta lo sguardo verso un luogo ancor meno conosciuto. Ci si ritrova entro una piccola stanza costruita da mattoni di cemento, materiale cadente sotto una luce soffusa creata da deboli lampadine nascoste dietro a bottiglie di vino impilate, sotto il controllo di forti statue di marmo. Lo sguardo lascia da parte le notevoli annate incise sulle etichette perché non può non perdersi tra tutti quei dettagli storici. Una scala a chiocciola permette l’uscita dalla cantina del ristorante L’Archeologia, situato lungo la Via Appia Antica. Un ristorante che possiede un’antica Tomba Ipogea oggi usata come cantina. Appena l’ho vista sono rimasta abbastanza sbalordita nel ricordo del motivo per cui era stata creata. Maggiormente quando ho finalmente trovato, se chiedete indicazioni pochi la conoscono, Piazza Mincio, al centro di un quartiere che tanto mistero cela tra i suoi 17 villini e 26 palazzi. Tante sono state le ore in cui mi sono abbandonata intorno alla Fontana delle Rane, l’essenza del Coppedè. L’architetto unì bravura e magia prima di suicidarsi proprio all’interno di una delle sue creazioni in stile Liberty. È come scivolare in un vortice: guglie e bandiere, colonne decorate, torri rinascimentali, logge barocche, affreschi folli e fatati. Le macchine e le persone che passeggiano quasi non si notano. La privacy è la regola d’ordine del quartiere: dai citofoni che non presentano nomi alle sovrapposizioni di pannelli che non permettono agli occhi più curiosi di addentrarsi. Tutto è celato come la stessa zona che nemmeno dalla complessità panoramica del Monte Mario si riesce a individuare. 

Questo l’ultimo punto che voglio ricordare: dopo una piacevole passeggiata, seguendo un percorso a spirale, si arriva a un punto di vista totale. Dalla Garbatella al Vaticano, dalle costruzioni moderne a quelle che riportano indietro di secoli, dalle vie segrete ai parchi delle ville. L’ora ideale è al tramonto quando la luce naturale se ne va e i riflessi dei lampioni e delle insegne illuminano tutto. Il bianco del Vittoriano, l’arancio delle case del Trastevere, i verdi dei parchi, la via Lattea delle lanterne sul Lungotevere. Tutto contrasta con l’arrivo del buio della notte. Un cerchio che si chiude, da Monte Ciocci a Monte Mario. Questa è la Roma da vedere, quella che lascia gli occhi lucidi, esterrefatti, appagati.  Il buio diventa ancora più forte, Roma da qui pensi di poterla dominare.