Se ci seguite lo sapete già, ma vogliamo dirvelo lo stesso! Siamo riusciti ad entrare in Russia, nonostante molte informazioni dicessero che la frontiera era chiusa. Ora vi raccontiamo com'è andata. Attraversiamo la dogana Azera e ci dirigiamo verso quella russa, non sappiamo cosa ci attende, troppe informazioni contrastanti. Ci chiedono tutti i documenti possibili e immaginabili, ma a questo siamo preparati. Bianchina viene prima completamente svuotata e poi scannerizzata centimetro per centimetro. Un ufficiale della dogana ci prende da parte e comincia un vero e proprio interrogatorio, che si concentra in modo particolare sulla proprietà della macchina. Abbiamo con noi un documento che dimostra che possiamo guidarla ma non è in russo. Prima di partire lo abbiamo tradotto in inglese e in francese, per il Tagikistan. Ma non in russo. L'ufficiale ci dice che non parla nessuna delle due lingue e che è necessario che il documento venga tradotto, con i nomi di tutti gli interessati che devono comparire in un atto autentificato dal notario. Sembra impossibile farcela, ma è stato "solo" difficile: tra un sorriso, una battuta, due stupidaggini riguardo le donne locali, ce l'abbiamo fatta. Nel momento in cui ci hanno timbrato il passaporto è stato più forte di noi: ce li siamo abbracciati tutti, e prima della nostra partenza ancora continuavano a chiedersi perché due italiani fossero apparsi in quella dogana. Davvero strano pensavano loro, e forse sotto sotto lo pensiamo anche noi.

Superata la dogana, ci rimettiamo in marcia. Il nostro unico obiettivo è raggiungere il confine con il Kazakistan il più presto possibile. Per farcela, però, dobbiamo attraversare una regione molto particolare, il Daghestan. Se c'è una cosa che ha caratterizzato questa parte di viaggio sono i posti di blocco: ne abbiamo visti 12 e ci hanno fermato 7 volte. In ogni caso, hanno tentato di estorcerci denaro ma ormai sappiamo come funziona: sorrisi, disponibilità, tempo a disposizione e pazienza. Siamo riusciti a superarli tutti senza pagare neanche un euro. Prima tappa Machackala. Troviamo un hotel a 1.500 rubli, circa 35 euro, ma riusciamo a scendere a mille rubli dopo una breve contrattazione. Subito a nanna, finalmente un letto, dopo due notti passate in macchina in dogana.

È mercoledì. Abbiamo dormito tutto d'un fiato. Sveglia alle 9 e via in macchina. Oggi ci aspetta un'altra dogana e tantissimi chilometri. La nostra meta è Ashkatran, 750 chilometri per raggiungerla, altri 50 per raggiungere la dogana con il Kazakistan. Tutto fila liscio, la dogana passa via che è un piacere e ci troviamo finalmente nel nono stato dall'inizio del viaggio. Peccato però che la nostra destinazione finale disti altri 380 chilometri, necessari per raggiungere la città di Atyrau. Tanti chilometri e un paesaggio che non cambia mai. Bello, caratteristico, ma sempre lo stesso… la steppa. Uno stradone lunghissimo, percorso da pochi automezzi, la maggior parte dei quali sono TIR, nessuna differenza tra destra e sinistra. Superata la dogana ci fermano dei locali che ci dicono che bisogna avere l’assicurazione della macchina, altrimenti a ogni posto di blocco scatta una multa. Soldi come al solito non ne abbiamo e ci rispondono che allora sarebbero stati problemi nostri. Ci mettiamo a parlare con il più socievole e dopo più di un'ora di chiacchiere ci dice che la cosa migliore da fare è…  fare i vaghi, parlare solamente inglese, scuotere la testa, mettere la prima e continuare ad andare avanti. Dopo 100 metri ecco il controllo, nel quale ci avrebbero chiesto l’assicurazione. Fa tutto Bianchina. Dieci metri prima di arrivare allo stop, le luci si spengono. In cinque secondi le abbiamo riaccedere e il posto di blocco è passato. Non si sono accorti di noi. Fortuna, casualità, destino. Non ci interessa, siamo passati.

Prima di partire, abbiamo sentito parlare di una strada piuttosto mal messa per raggiungere Atyrau, ma tutto ci aspettavamo tranne che quello che abbiamo trovato. La strada non esiste, solo una buca dietro l'altra, anzi un cratere dopo l'altro. In queste condizioni dobbiamo percorrere altri 280 chilometri. Siamo stanchi ma continuiamo ad andare aventi. Bianchina comincia a sbarellare, tra buche e colpi di sonno la situazione rischia di diventare pericolosa. Alle 4 del mattino accostiamo e decidiamo che un riposino non possa farci male. Ci risvegliamo alle sette, non ci diciamo nemmeno buongiorno e rimettiamo in moto. Resistiamo un'altra ora, altri 80 chilometri. Nel frattempo è giovedì. La strada è troppo disastrata, le braccia fanno male, rischiamo un brutto incidente per un colpo di sonno. Ce la caviamo con una sterzata all'ultimo momento ma non riusciamo a evitare di finire fuori strada. È meglio prendersi un'altra pausa. Un'ora di sonno e siamo di nuovo in marcia, musica ad alto volume, finestrini abbassati, tanto uno resta sempre giù, e si riparte. Cantando a squarciagola per tenerci svegli arriviamo ad Atyrau a mezzogiorno, dopo 20 ore consecutive in macchina. 1200 chilometri percorsi, abbiamo superato gli 8000 totali. Ormai non non esiste stanchezza, ma solo voglia di raggiungere la nostra prossima tappa, la tanto desiderata Samarcanda, in Uzbekistan. Manca solo un ultimo sforzo. Solo 1600 chilometri da percorrrere il prima possibile.

Se vi state domandando perché abbiamo tanta fretta, ve lo diciamo subito. Dall’Azerbaigian avremmo dovuto prendere il traghetto per il Turkmenistan. Non non avendo ottenuto il visto abbiamo dovuto cercare una via alternativa, ma sempre mantenendo le nostre date. Per questo dobbiamo essere in Uzbekistan entro il 29 giugno. Speriamo di riuscire a visitare il Kazakistan con tempi più consoni. Da quello che abbiamo visto e che ci hanno detto gli abitanti incontrati, questo paese ha veramente tanto da offrire e tante bellezze da scoprire, specialmente paesaggistiche. La stessa Atyrau sarà anche una bella città ma dopo tutto questo viaggio andiamo a dormire, non prima di dirvi che nei prossimi giorni non riusciremo a essere molto presenti perché avremo difficoltà di connessione. Ci aspettano ancora tanti chilometri.

Bye bye Tblisi. Ci siamo fermati poco in Georgia e siamo pronti per la prossima destinazione: Baku, Azerbaigian. Partiamo a mezzogiorno, 600 chilomeitri da fare, orario d’arrivo previsto alle 8 di sera. Abbiamo già la prenotazione alberghiera, ci è servita per farci concedere il visto, ottimo hotel al centro, finalmente una destinazione semplice. Stavolta non dovrebbe esserci nessun problema. Dovrebbe ...

Dopo poco più di un'ora arriviamo alla frontiera. Tutti cordiali e disponibili, ci chiedono i documenti e noi, preparatissimi, glieli mostriamo. Tutto sembra (sembra) andare per il meglio ma il disastro è dietro l'angolo. Una sventura difficile anche da immaginare o forse soltanto una sfiga incredibile. I nostri documenti sono OK, il nostro visto è di 8 giorni più lungo di quello che ci serve. Ma la macchina no. E per far sì che anche la macchina abbia la stessa durata del nostro visto bisogna lasciare un deposito. Abbiamo chiesto quanto e la risposta non ci è piaciuta: 4.800 dollari! Neanche unendo i nostri risparmi di una vita arriviamo a questa cifra. Per fortuna un'alternativa c'è. Possiamo ottenere un visto di transito per Bianchina, della durata di 72 ore, con il quale attraversare il paese e raggiungerne un altro, senza poter tornare indietro. Il nostro programma di tornare in Georgia per entrare in Russia è saltato.

È l'unica alternativa (a parte i 4.800 dollari) e non possiamo fare altro che accettare. Nel frattempo, sono le tre del pomeriggio. Il programma semplice semplice dell'inizio sta andando a frasi benedire. Comunque vada, entriamo nel nostro settimo stato, l'Azerbaigian, dopo aver pagato 52 dollari tra assicurazione e tassa statale. Strano, ma tutto con ricevuta. Siamo sulla strada buona, una strada larga e lunga. La velocità di crociera è di 90 km/h e il peggio sembra (sembra) essere passato. Neanche cinque chilometri e vediamo un flash. Sappiamo già cosa sta per succedere ma siamo tranquilli. Il limite di velocità non può essere inferiore alla nostra velocità. Due minuti dopo un posto di blocco; ci fanno scendere e senza dire nulla ci mostrano una foto con le nostre facce sorridenti. Il limite è di 50 km/h e noi andavamo a 95. Ecco, appunto! Chiediamo quanto dobbiamo pagare per la multa e ci dicono che si tratta di 250 manet, l'equivalente di 250 euro.

Abbiamo sorriso. Noi quei soldi non li abbiamo. Per tutta risposta, ci mostrano uno sportello bancomat all'interno della stazione. E noi, tranquilli, "Non li abbiamo neanche nella carta di credito". Stavolta la risposta è stata meno accomodante: "Allora avete un grosso problema". Non abbiamo molte alternative: o lasciamo qui la patente internazionale, cerchiamo i soldi, torniamo indietro, paghiamo e riprendiamo la patente oppure proviamo a trattare. La prima opzione non è percorribile per una serie di motivi: non possiamo tornare indietro e non vogliamo pagare la multa. E così, ha inizio la contrattazione. Un'ora e 25 minuti di conversazione in russo, senza neanche una parola in inglese, abbiamo inventato e fatto qualsiasi cosa ci sia venuta in mente: false chiamate al telefonino, ricerche senza fine negli zaini per dimostrare che non abbiamo soldi. Abbiamo fatto vedere loro i portafogli con banconote dei paesi già attraversati e con carte di credito scadute. A questo proposito, vi diamo un consiglio: quello è solo uno dei portafogli che abbiamo con noi, quello vuoto che ci serve per eventuali ladruncoli. Nella maggior parte dei casi, vedendolo si accontentano senza scavare oltre nello zaino e non trovano trovare quello "vero". Ma torniamo alla contrattazione. Dopo un'ora e passa, alla fine hanno commesso il passo sbagliato: hanno cominciato ad abbassare il prezzo. Noi abbiamo capito che si poteva fare e dopo battute e risate ce la siamo cavata con strette di mano, qualche euro che avevamo in tasca e una bottiglia di ottimo vino Ungherese (per quest'ultima ci è veramente dispiaciuto). Comunque è andata, e siamo di nuovo in viaggio!

Passano cinquanta chilometri e la storia si ripete. Altro flash e altro posto di blocco. Scendiamo subito e gli diciamo che non abbiamo soldi né carte di credito. E che l'unica bottiglia di vino era già stata presa dai colleghi. Bastava chiamarli. E loro lo fanno. Dopo la telefonata, siamo di nuovi in pista. Al terzo posto di blocco non scendiamo neppure e risolviamo la situazione dal finestrino, che ormai resterà aperto fino al nostro arrivo dopo i problemi avuti nei giorni scorsi. Il nostro programma di viaggio è completamente saltato, si fa notte e fulmini e tuoni invadono il cielo. Un tremendo acquazzone si abbatte su noi e su Bianchina. La strada è impraticabile, non riusciamo neppure a vedere i bordi della strada ma forse è una fortuna. Guidare da queste parti è a pazzi. Andare fuoristrada significa ritrovarsi quasi in un altro stato, le macchine vengono contromano senza alcun problema, i TIR si infilano in ogni agolo. Una situazione paradossale. E i cartelli!? Ne abbiamo avvistato uno che diceva "280 km. per Baku" e dopo dieci minuti un altro che ne mostrava 310 per l'arrivo in città. Anche entrare a Baku non è stato semplice. L'uscita è introvabile, per non parlare dell'albergo, perso in una stradina. Non ci spieghiamo come si possa aprire un hotel in un posto introvabile. Ci facciamo forza, parcheggiamo e lo cerchiamo a piedi, ridendo per l'assurdità della giornata. Troviamo l'albergo e andiamo a dormire. Sono le 4 del mattino, siamo arrivati otto ore più tardi di quanto avevamo previsto. Ma domani ci aspetta la visita di Baku, Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

Check-out a mezzogiorno, abbiamo sfruttato l’hotel fino all’ultimo minuto. E visto com'è andato il nostro ultimo viaggio, direi che ce lo siamo meritato! Dopo una bella dormita, è il momento di svegliare anche Bianchina, di caricare gli zaini e di mettere in moto, alla scoperta di Baku, la capitale dell'Azerbaigian e sito UNESCO. Prima tappa, la città murata, un piccolo paesino circondato da mura in ristrutturazione, con cannoni e catapulte rimessi a nuovo e ben posizionati sulle torrette. Le macchine possono girare tranquillamente ma il posto è davvero molto tranquillo e tutti preferiscono muoversi a piedi, anche perché la si può visitare in un'ora.

Concluso il nostro giro, ci spostiamo nel centro moderno della città: un traffico incredibile, code lunghissime ai semafori. Per dirla tutta, la città nuova non ci fa impazzire e decidiamo di andare alla fabbrica di tappeti più importante e conosciuta dell'Azerbaigian, Azer-Ilme. Trovarlo con Bianchina stava diventando impossibile: ognuno ci dà un'indicazione diversa. Il caos, finché incontriamo un signore molto disponibile che ce lo spiega, sempre parlando in russo. Stanchi e confusi gli confessiamo che è un'ora che giriamo a vuoto e lui, gentilissimo, decide di accompagnarci. Dieci minuti e siamo sul posto, lo ringraziamo e lui tranquillamente va alla stazione dei bus per tornare al punto in cui lo avevamo incontrato poco prima. Si chiama Ale, una persona davvero gentile, tanto che ci scambiamo i numeri di telefono. Una mossa che potrebbe rivelarsi fondamentale, perché Ale tornerà a farci compagnia più avanti. Intanto continuiamo. Dove siamo? Ah sì, siamo da Azer-Ilme, la fabbrica di tappeti!

Entriamo e veniamo accolti in maniera stupenda. Un ragazzo che parla un po' inglese e un po' russo ci fa fare il giro completo dello stabile, costruito nel 1996 dal professor Vidadi Muradov. Cominciamo prima con la camera dove tingono la lana con coloranti di origine vegetale, seguendo rigorosamente secolari tecniche di colorazione. Poi c'è il processo di tessitura, con i designer che sono responsabili dell'intero processo, artistico e tecnico, della produzione di ogni tappeto. Da qui, ci accompagnano nella camera di lavaggio, asciugatura e levigatura dove gli addetti si lanciano in qualche commento sul calcio italiano. Noi ne aprofittiamo per fare qualche foto insieme, anche con il grembiule da lavoro. Nel frattempo ci spiegano come funzioni il loro lavoro; il processo di tessitura è la parte più interessante, con donne davanti a delle enormi macchine piene di fili che velocemente ,con un uncino di ferro, prendono filo per filo e con maestria fanno nodi su nodi, fino alla creazione del tappeto. È l'ultima tappa del ciclo di vita di un tappeto, prima dell'imballaggio. Finito il giro, ci fanno vedere un'altra stanza dove bambini imparano l’arte della tessitura per far sì che la tradizione Azera continui e non si perda con il passare del tempo. Torniamo nella stanza principale e qui incontriamo il professore Vidadi Muradov, il fondatore di questa fabbrica di tappeti. Scambiamo quattro chiacchiere e ci regala un libro tradotto in italiano e pubblicato a Roma in cui sono mostrate tutte le tecniche e il lavoro portato a termine da ogni designer. È stato un onore, davvero!

 

 

La fame inizia a farsi sentire. Il nostro giro è finito.È ora di andare a mangiare. Andiamo in in ristorantino tipico dove mangiamo un bel po' di piatti locali, tutti molto buoni ma dei quali non siamo riusciti a ricordare i nomi. Mentre mangiamo, però, ecco la più brutta sorpresa che potessimo ricevere: la Dogana con la Russia è stata chiusa!! Ci prende un colpo: la Russia è la nostra unica via di uscita dall'Azerbaigian. Oggi è venerdì, sono le 5 del pomeriggio e le ambasciate sono chiuse. Dentro di noi si scatena il panico. Non abbiamo alternative: non possiamo tornare in Georgia (non ce lo permette il nostro visto provvisorio per Bianchina), per entrare in Iran ci vuole troppo tempo per avere il visto, quello per il Turkmenistan ci è stato negato e il traghetto per Atkau, in Kazakistan parte ogni 7/10 giorni, un tempo troppo lungo per il nostro visto. Insomma, non abbiamo altre speranze se non passare in Russia. E la dogana pare sia stata chiusa. Che si fa?

Chiamiamo Ale, l’unica persona che ci può aiutare. Ci raggiunge in mezz’ora, gli spieghiamo il problema e inizia subito a fare qualche telefonata. Ci rassicura sull’apertura del confine russo, gli diciamo che su internet dice il contrario, ,a lui fa qualche altra chiamata e ci consiglia di raggiungere la frontiera il prima possibile per controllare di persona. In caso di risposta negativa, ci dirà come fare per raggiungere velocemente il traghetto per Atkau; un suo amico ci farà sapere in anticipo il giorno di partenza della barca. Insomma, non siamo per niente tranquilli ma ci dobbiamo subito mettere in macchina, Partiamo e e siamo fermati da due posti di blocco che provano a sfilarci soldi. Stavolta siamo stati attenti ai castelli con il limite di velocità, non hanno nulla per permarci e continuiamo il nostro viaggio. Il tempo passa inesorabile. Sono le tre del mattino e c'è ancora tanta strada da fare. Ci fermiamo a Quba per la notte, o almeno di proviamo. È tardi e non troviamo hotel: il più econonomico ci chiede 40 euro ma vi giuriamo che avremmo preferito dormire per terra piuttosto che su quei letti. Proviamo a dormire in macchina, già una volta ci siamo riusciti, ma è buio e facce poco raccomandabili si aggirano sospette nei dintorni. Non possiamo rischiare: abbiamo con noi tutta l'attrezzatura e il materiale fotografico. Siamo di nuovo in viaggio, per raggiungere l'unico hotel disponibile. Il costo della stanza è alto, 70 euro, ma abbiamo dovuto prenderla. Saranno le 4 ore di sonno più care della nostra vita ma non abbiamo scelta. Domani si va verso la frontiera per scorpire se ci faranno passare. Augurateci buona fortuna!

Dove siamo rimasti? Sì, è venerdì 21 giugno e su consiglio di Ale, ci muoviamo subito per raggiungere la dogana. Arriviamo appena dopo pranzo, andiamo subito dall'ufficiale doganiere e gli facciamo la nostra fatidica domanda. Riusciremo a entrare in Russia? Dopo quello che abbiamo letto, abbiamo qualche dubbio. Ci guarda insospettito e ci chiede i passaporti. Più che pronti gli mostriamo tutti i documenti e lui ci fa notare quello che già sappiamo: Bianchina deve essere parcheggiata in dogana entro la mezzanotte del 22 e possiamo entrare in territorio russo solo dopo la mezzanotte del 24. Ancora però non ha risposto alla nostra domanda. Possiamo entrare in Russia? Fa una chiamata, il nostro cuore smette di battere per un minuto, finché l'ufficiale chiude la comunicazione e dice che non c'è nessun problema. Sorridiamo, pericolo scampato!

Abbiamo ricevuto la conferma che entreremo in Russia (anche se non ci crederemo finché non avremo superato il confine). Dobbiamo solo trovare qualcosa da fare per questi due giorni, venerdì e sabato, prima di rientrare in dogana e parcheggiare Bianchina fino alla mezzanotte di lunedì 24. Che si fa? È lo stesso ufficiale a consigliarci un paesino balneare che si trova a 25 chilometri di distanza. L'unica è accettare, non è che abbiamo molte alternative. Arriviamo e non vediamo granché. Sulla spiaggia però ci sono dei lettini. Ne prendiamo due per tutta la giornata (costo 1 euro a testa, anzi 1 manat, la moneta azera) e ci addormentiamo un paio d'ore sotto il sole. Alle 5 dobbiamo trovare un posto per dormire. In tasca abbiamo solo 35 manat ed è alto rischio che non ci bastino neanche per dormire. Stavolta, però, la fortuna ci aiuta. L'Elay, un ostello a 20 metri da dove abbiamo parcheggiato, offre a 10 euro a persona e noi per 12 riusciamo a includere anche la cena. Veramente un ottimo deal, stanza carinissima con balconcino affacciato sul mare. Anche la cena è ottima. Di internet neanche a parlarne. L'unico diversivo è fare un giro sulla spiaggia piena di mucche e un filmetto prima di andare a dormire.

Sveglia a mezzogiorno. È sabato 22 giugno, il nostro ultimo giorno "di libertà". Solita routine e via di nuovo in spiaggia. Mentre ci avviciniamo al cancello d'uscita la “mama” dell’ostello ci chiede se abbiamo fame. Ovvio che sì! E ci ospita per pranzo! Facciamo gli onori di casa spazzolando tutto, ripulendo letteralmente i piatti, mentre loro tra una risata e un sorriso cominciano a chiederci qualunque cosa. Sono troppo curiosi di sapere come siamo arrivati a Nabran, e in effetti dubitiamo che un italiano prima di noi sia mai passato da queste parti. Diventiamo amici, sorprendendoci dei miglioramenti che il nostro russo sta facendo. Dopo qualche altra ora in spiaggia trascorsa con Victor, il responsabile di un gruppo di ragazzi a riposo dopo una settimana di lavoro, torniamo da Bianchina. Sono le 6 di sabato pomeriggio. Dobbiamo andare alla dogana. Entro mezzanotte la nostra auto deve essere ferma. Abbiamo notato che la fila non è mai molto lunga ma è lenta. Meglio avviarsi per tempo. Mentre sistemiamo gli zaini la “mama” ci chiede se abbiamo fame. Impossibile rifiutare l’invito, primo perché potrebbe essere il nostro ultimo pasto e poi perché è tutto così buono. Stavolta ci superiamo e ci portano anche il bis. Per fortuna abbiamo incontrato queste persone così ospitali e simpatiche, che hanno rallegrato le nostre giornate e riempito per bene i nostri stomaci. Non ci ricorderemo di questo posto per il paesaggio, ma per la gente che abbiamo incontrato. Sono stati davvero fantastici!

Siamo in fila per la dogana. È ancora sabato pomeriggio. Spendiamo i nostri ultimi 11 manat per 8 wurstel, 2 bottiglie d’acqua, un tronchetto di cioccolata e un pacco di patatine alla paprica. Ora si pone un altro problema. Una volta parcheggiata la macchina, non potremo dormirci dentro e senza soldi saremo costretti a restare fuori dalla dogana per più di 24 ore, un tempo interminabile in queste condizioni. Speriamo che qualcuno ci aiuti!

La nostra speranza è ben riposta. I doganieri, incuriositi dalla nostra situazione e forse catturati dalla buona volontà di esprimerci nella loro lingua, decidono di farci rimanere dentro la dogana. Almeno potremo dormire a bordo di Bianchina! Tutti i militari sono incuriositi dalla nostra presenza, sono tutti venuti a conoscerci, un po' invidiosi per il viaggio che stiamo affrontando e un po' partecipi del fatto che dovremo trascorrere lì dentro le prossime due notti, fino a lunedì mattina. Ci aiutano in ogni modo, ci portano addirittura una una bella pagnotta per farci due panini con i wurstel che abbiamo comprato. Meglio non parlare del dormire: sembra un incontro di wrestling, niente da fare, entrambi in macchina non c'entriamo. Noi troppo lunghi e la nostra Bianchina troppo corta. Alla fine ci addormentiamo per disperazione ma solo per risvegliarci con mal di collo, mal di ginocchia e mal di testa. Solo il tronchetto al cioccolato ha reso più dolce il risveglio, almeno fin quando è arrivato il momento della domanda che entrambi ci aspettiamo: "E adesso che facciamo?". È domenica mattina. Siamo bloccati fino a domani e dobbiamo trascorrere l'intera giornata in un piazzale tra due dogane, quella Azera e quella Russa. L'unico svago è giocare a carte, super mega sfide di tutti i giochi possibili e immaginabili. Spesso i doganieri si avvicinano e ci guardano incuriositi. Vogliono che gli insegniamo i giochi. Con tutta la buona volontà, ma è una missione impossibile. Riuscite a immaginare cosa significhi insegnare il gioco del tressette in russo a una persona che non ha mai visto un mazzo di carte italiane in vita sua!?!

Le ore passavano lente, la sera sembra non arrivare mai, non abbiamo più niente da mangiare e abbiamo deciso di ripartire con la luce. La regione del Daghestan, quella che dobbiamo attraversare per arrivare alla prima città non è delle più sicure e in molti ci hanno sconsigliato di  viaggiare di notte. Tra i consigli ricevuti, casomai doveste passare da queste parti in auto, c'è anche quello di non fermarsi a chiedere informazioni a nessuno e di non dare assolutamente i documenti originali alla polizia. Per riaverli indietro, anche senza aver fatto niente, il prezzo da pagare è spesso elevato. Ma torniamo alla nostra "casa", la dogana. Il sole non è ancora tramontato e noi non sappiamo più cosa inventarci. Di giocare a carte non ne possiamo più, non possiamo gironzolare troppo, siamo pur sempre in una dogana, il solo pensiero di rimanere in macchina è un incubo, visto che dovremo passarci un'altra nottata. Che fare? Ci siamo ricordati dei giochi che facevamo da bambini; prima ci mettiamo a racimolare tappetti di plastica, lanciandoli con due dita da una distanza di 7/8 metri per far centro in una specie di tinozza, e poi inziamo a giocare a "izza bastone", impossibile da spiegare a chi non lo conosce. Tutto è servito ad arrivare alle 9 di sera. Ora di cena, per chi ha da mangiare, per noi è ora di prepararsi per la notte, una notte di calci e pugni senza nessun vincitore. Niente ci infastidisce ormai, qualunque cosa succeda sarà bella da raccontare. D'altra parte non capita a tutti di trascorrere due giorni in dogana e bisogna essere pronti ad affrontare ogni situazione. Noi ce l'abbiamo fatta. Mancano poche ore, poi sarà notte e di nuovo giorno. L'ingresso in Russia si avvicina. Quando entreremo, se entreremo, siamo pronti a un grande festeggiamento!