Il Festival del ghiaccio di Harbin è l'evento che vi farà ricredete sugli eventi dell'inverno in Cina, quella stagione in cui tutti (o quasi) pensano che l'attrazione primaria sia costituita dai festeggiamenti per il Capodanno cinese, con tutti gli annessi e connessi.

Oltre ad un viaggio nella rossa Pechino, oppure a guardare con occhi all’insù gli spettacolari fuochi d’artificio di Shangai, c’è una cosa che forse pochi conoscono, ma per questo non meno bella. Stiamo parlando appunto del Festival del ghiaccio di Harbin che, dal 5 al 25 febbraio, anima e riempie di visitatori questa città semisconosciuta ai limiti con il confine siberiano.

Ghiaccio, neve e temperature che scendono prepotentemente al di sotto dello zero. Ma, dal 1984, l’Harbin International Ice and Snow Sculpture Festival, richiama in città migliaia di turisti, attratti dai portenti che qui vengono prodotti da artisti provenienti da tutto il mondo.

 

 

Pensavate che non si potesse arrivare a 50 metri d’altezza con il solo ghiaccio? Vi ricrederete. Le opere sono per lo più ispirate alla tradizione cinese: dragoni, immagini tratte dal capodanno, guerrieri mitici etc. Ma non finisce qui: città futuristiche con effetti di luci, orizzonti labirintici. Giochi ottici e sculture tetraediche. Avrete l’impressione di essere atterrati in una città creata dal nulla nella steppa, e invece sarete al Festival del ghiaccio di Harbin, nella pur lontana Cina, ma sempre a una decina di ore di volo da casa vostra!

Durante il giorno, il Festival del ghiaccio di Harbin sembra l'interno di un set cinematografico, o uno degli allestimenti dei parchi Disney californiani. L’area del festival è composta da varie zone a tema e comprende una superficie di circa 750.000 metri quadrati, divisa in due aree espositive principale: la Sun Island e l’Ice Snow World. Per tutti i romantici vi segnaliamo che la fine del festival è legato alle temperature: con l’avvicinarsi di climi più miti infatti, il calore dell’atmosfera fa sciogliere il ghiaccio. Triste e romantico allo stesso tempo.

L'addio a Bianchina è stato il momento più triste del nostro viaggio, ci siamo affezionati a quella scatoletta di ferro con un motore che è una bomba. La abbiamo salutata e dopo aver ceduto i documenti ai nuovi "proprietari" ci siamo rimessi in marcia. Zaino in spalla, siamo andati dritti sulla strada principale con il pollice alzato. Non ci è voluto molto perché una macchina si fermasse; dobbiamo arrivare alla dogana, ci ha chiesto 100 dollari, alla fine siamo saliti per 40 dollari in due!

Arriviamo alla dogana alle 18, purtroppo il tipo non ci può accompagnare fino al controllo passaporti e al nostro arrivo i militari ci dicono di avanzare di 4 chilometri e ci avvisano che la dogana chiude in 40 minuti. Non siamo abituati al peso degli zaini ed è venerdì, non possiamo fare tardi oppure dovremo aspettare fino a lunedì, una tragedia. Ci mettiamo a correre, affannati, sudati e completamente impolverati arriviamo 4 minuti prima della chiusura, ci controllano gli zaini, ci ritirano i passaporti e ci comunicano che per mettere il timbro sul passaporto dobbbiamo raggiungere l’altro posto di controllo che ormai è chiuso. Riapre il lunedì mattina, alle 8. NOOO!!! È la nostra unica risposta, ma non c'è niente da fare, ci aspettano tre notti in dogana (ma tanto ormai siamo abituati!).

Troviamo ospitalità in un casetta nelle vicinanze, la padrona di casa vista la nostra disperazione ci prepara qualcosa da mangiare, ma abbiamo perso anche l'appetito. Proprio in quel momento si avvicina un militare con i nostri passaporti e ci dice che eccezionalmente ci hanno timbrato il passaporto. Vogliamo abbracciarlo, ma il piatto ancora fumante ci attira molto di più. Ci torna la fame e lo divoriamo in un minuto. Visto che è tardi, passiamo lì la notte e il mattino seguente siamo di nuovo in strada e di nuovo con il pollice alzato. La dogana però è chiusa ed è difficile, se non impossibile, che passi qualcuno. Dopo due ore al sole, si avvicina un vecchietto con una macchina ancora più vecchia e ci dice per 50 dollari ci porta a Kashgar. Non abbiamo scelta, cominciamo a contrattare e riusciamo a togliere 20 dollari. Sono i 250 chilometri più disastrosi di questo viaggio, peggio ancora della Dushanbe-Khorog, non sembra neanche di essere entrati in Cina perché il paesaggio è molto più simile a quello del Kirghizistan. Il tipo parla per tutto il tempo, sembra un interrogatorio e noi che non capiamo nula di quello che dice facciamo sempre di sì con la testa, che abbiamo capito, poi ci guardiamo e ridiamo cercando di non farci scoprire.

Arrivati a destinazione, scendiamo al volo dalla macchina, ringraziamo il tipo per la sua disponibilità ma prima che ricominci a parlare siamo già distanti. Ci dirigiamo verso la stazione dei treni, anzi ci proviamo, nessuno parla un minimo d'inglese, ci guardano e cominciano a risponderci in una lingua per noi incomprensibile, giriamo per quelle strade senza meta, ripercorrendole 100 volte, finché vediamo uno stabile simile a una stazione. Così ci sembra, almeno, e un militare all'ingresso ci dice che non sarebbero partiti treni, il primo il giorno dopo alle 8, ma i biglietti sono già tutti venduti. Ormai siamo abituati alle brutte notizie, sorridenti ripercorriamo la strada al contrario. Abbiamo visto un ostello e trovarlo è stato semplice. Naturalmente non hanno stanze disponibili, l'unica con aria condizionata è troppo cara per il nostro budget, Scherzando diciamo alla receptionist che possiamo dormire sui divani. Lei, carina, ci dice che se per noi va bene per lei non ci sono problemi... accettiamo l'offerta per 20 yen, 3 euro.

Proprio di fronte all'ostello c’è il night market, bancarelle che vendono ogni tipo di carne, non sembra poi così buona, ma la fame è troppa: prendiamo vari spiedini, chiudiamo gli occhi e ci riempiamo lo stomaco, anche stasera abbiamo mangiato. Tornati all’ostello ci dirigiamo nella hall principale dove ci sono i divani al centro di tavoli e sedie e dove tutti i clienti sono raccolti per bere, mangiare e chiacchierare. I nostri "letti" sono al centro di tutto questo. Aspettiamo che l'atrio si sfolli, chiacchieriamo un po' con tutti, raccontiamo le nostre esperienze e ascoltiamo quelle degli altri. Qui ognuno viene da un posto diverso... a tutti, però, è dispiaciuto dell'addio a Bianchina! Finalmente è arrivata l’ora di andare a nanna. Prepariamo il letto e decidiamo di svegliarci presto per provare a prendere i biglietti. Chiederemo se è possibile stare in piedi, siamo già troppo in ritardo, dobbiamo raggiungere Pechino al più presto e la sola tratta Kashgar – Urumqui con il treno lento, ma economico, impiega 8 ore. E poi c'è Urumqui - Pechino, altre 30 ore. Vi aggiorneremo una volta raggiunta la capitale.

Sono le 6.30 del mattino. Il bus numero 64 ci porta alla Riserva dei Panda Giganti. Siamo emozionati. L'entrata costa 58 rmb per tutto il giorno (poco più di 7 euro) e vale veramente la pena visitare i 100 ettari di quest'immenso parco. Costruito a pochi chilometri dal centro di Chengdu, è diventato la casa di molte specie animali e varie tipologie di uccelli, e ospita laghi con cigni, anatre e carpe dai vari colori. Con 2 rmb si può comprare una bustina di mangime e basta poco per far sì che i cigni si sfamino direttamente dal palmo della mano.

La maggior parte delle strutture è dedicata alla "star" della riserva: il Panda! C'è il museo, il centro di ricerca, la storia dei Panda spiegata sullo schermo cinematografico, l’ospedale, le sale parto, dove ammiriamo un Panda di pochi giorni, così piccolo che non ha ancora le tipiche macchie di colore nero e bianco che contraddistinguono questi animali eccezionali. Poi ci sono le "case", grandi parchi che rispettano nel modo migliore il loro habitat originale. Passiamo prima da quella dei Panda Rossi dei quali ignoravamo l'esistenza fino a poco fa. Sono piccoli, diversi dai classici panda, con il pelo di un rosso scuro e una lunga coda, a differenza del panda che tutti conosciamo che è privo di coda. Poi raggiungiamo loro, gli animali più dolci e buffi visti nella nostra vita.

Li vediamo da lontano e già ci vien da ridere, con quel testone tondo tondo, quell’aria sorniona di chì si sveglia stanco e quella stazza non indifferente. Stanno sbragati su dei grandi bamboo con le gambe completamente divaricate; impugnano bamboo più piccoli e acerbi e con la loro lentezza ne mangiano una quantità infinita. Sono a un paio di metri di distanza da noi, ma purtroppo la riserva non dà l’opportunità di toccarli. Ci va bene così, sono troppo belli anche da questa distanza. Capiamo perché vengono anche chiamati Bear-cat: in effetti sono dei piccoli orsi, la fisionomia è la stessa, grandi zamponi con lunghi artigli, stesso enorme sederone che ondeggia a ogni passo, stesso muso. La bocca potrebbe mettere un po' di timore, con i canini lunghi e acuminati, ma alla vista sono così innocui e "bonaccioni" che non ci si fa caso. Ogni tanto qualcuno di loro si alza e raggiunge un albero. È troppo fico vederli come si arrampicano, abbastanza agili, ma lenti. Uno di loro, si chiama "L’Ambasciatore", fa un vero e proprio spettacolo: si mette in mostra e poi inizia a salire su un albero davanti ai nostri occhi, è il suo show, ogni tanto si ferma sospeso in aria e ci guarda mettendosi in posa come per dirci: "Via alle foto!" e poi continua la sua scalata. Quando è sceso ci ammazziamo dalle risate; a un certo punto c'è una biforcazione di rami e lui a testa in giù resta penzoloni, con il sederone incastrato fra i due rami per qualche secondo. Appena arrivato giù, torna di corsa a mangiare; sembra che si sia vergognato che la performance non sia andata esattamente come voleva.

Andiamo a visitare le altre case. Siamo stupefatti dal modo in cui si sdraiano sulle palafitte fatte con i bamboo; sembrano dei veri imperatori, completamente "a panza all’aria",  intenti a scegliere il bamboo migliore. Ci innamoriamo subito di un panda dal nome indecifrabile, lo soprannominiamo "Il Re". Dal piano più alto della palafitta attira l’attenzione di tutti i passanti per la sua buffa posizione, sta completamente "spaparacchiato"! Du norma non siamo d’accordo quando si allontanano gli animali dal loro habitat naturale, ma questa riserva sembra far stare bene coloro che ci vivono e purtroppo spesso è necessario per mantenere la specie.

Dedichiamo la nostra ultima mezz'ora ad ammirare quella testona bianca contraddistinta dal colore nero solo sugli occhi e sulle orecchie. Sono degli animali dolcissimi ma arriva il momento dei saluti. Torniamo in Hotel nel tardo pomeriggio. Siamo pronti a ripartire: destinazione Vietnam!

Avete mai sentito parlare del Monte Hua, anche chiamato Huashan (Shan, in cinese, significa montagna)? Se la risposta è no, allora forse vi sarete persi uno degli spettacoli più stupefacenti della natura ma, soprattutto, un corollario di scalatori davvero coraggiosi.

Alto 2.160 metri, lo Huashan si trova nella provincia dello Shaanxi, nella parte centrale della Cina, a non molta distanza dall'antica capitale Xi'An, ed è una delle cinque montagne sacre del gigante asiatico, che veniva scalata dai fedeli in pellegrinaggio.

 

 

Proprio per raggiungere questi templi, buddisti e taoisti, sono state costruite nel tempo, sullo Huashan, delle funivie, ma il picco più alto è raggiungibile solo attraverso un sentiero da brividi, a picco sul precipizio, e costituito da passerelle strettissime e delle catene di ferro alle quali legarsi.

Il ragazzo che vedrete in questo video, che certo non ha paura delle vertigini, si è "lanciato" nell'impresa della scalata allo Huashan, e ci dimostra, selfie stick alla mano, quanto questo percorso sia tanto pericoloso quanto affascinante. A voi l'ultima parola!

Dopo qualche giorno a Pechino, dove ci siamo lasciati incantare dalla Grande Muraglia e dalla Città Proibita, siamo di nuovo in viaggio: direzione Xi-An. Che nottata! Il treno come al solito è strapieno. Saliamo alle 9 di sera, stavolta è più facile trovare i nostri posti a sedere: non ci sono, ci tocca stare in piedi! Aspettiamo che il treno parta e ci sdraiamo nel corridoio del vagone numero 2. Non si sta poi così male!

Dopo mezz'ora però tra gente che va in bagno, persone che vanno a fumare e i carrelli delle bevande che passano di continuo, dobbiamo alzarci. Solo verso mezzanotte troviamo una soluzione; mettiamo le gambe sotto i sedili di destra mentre spalle e testa sono sotto i sedili di sinistra. A parte per i carrelli, che tanto di sera non passano, tutti gli altri non devono fare altro che un passo per scavalcarci o meglio per scavalcare quel poco del nostro corpo che resta nel corridoio. Non è una situazione indolore, ma tra qualche calcio e mal di schiena, riusciamo a fare una tirata fino alle 7 del mattino.

Siamo alla stazione di Xi-An, prendiamo l’autobus 103 per il nostro Hotel che si trova proprio accanto alle mura della città. E che Hotel! Passiamo dalle stalle alle stelle, e quante stelle! Facciamo una doccial al volo e prendiamo il K45 per il centro. Scendiamo un paio di fermate prima, lo stradone è pieno di negozi e di palazzi in vecchio stile e decidiamo di continuare a piedi. Dopo poco troviamo l’entrata per le mura della città, non si possono non notare immediatamente le due grandi strutture che caratterizzano il centro: la Bell Tower e la Drum Tower, entrambe del XIV secolo e ristrutturate nel VXII secolo. La prima suonava all’alba, la seconda al tramonto.

Il biglietto d’entrata costa 35 rmb solo per una, 50 rmb per entrambe. Sembrano molto simili e decidiamo così di visitarne solo una, la Drum Tower. Al primo piano c'è il museo dei tamburi, costruiti con vari materiali e dalle forme più varie. Abbiamo anche assistito a un piccolo concerto, poi siamo passati ai piani superiori per avere una vista migliore sulla città. Forse l'unica differenza tra le due torri è che nella Bell Tower avremmo trovato campane al posto dei tamburi!

Usciti dalla torre, continuiamo il nostro giro all'interno delle mura prima di prendere il 103 che ci riporta in Hotel. Prima di andare a nanna, ci fermiamo in un ristorantino con solo quattro tavolini. Il menù non c'è, danno solo zuppa della casa, fatta con noodles freschi, verdure e tofu. Leggermente piccante e strabuona. Bene, stomaco pieno, il sonno c'è ... andiamo a dormire. Domani ci aspettano i Guerrieri di Terracotta!

La Cina non è mai stata così vicina. Anche a livello di prezzo. Pensavate che per arrivare dall’altra parte del mondo dovreste spendere un’infinità? E poi una volta lì chi pensa al vostro tour in un Paese sconfinato?

Dalla Grande Muraglia alla Città Proibita di Pechino, da Shanghai al silenzio delle Tredici Tombe della dinastia Ming Durante il tuo viaggio soggiornerai in hotel a 4 o 5 stelle, e per 5 notti in una nave da crociera di lusso sul fiume Yangtze.

 

 

Il volo da Roma Fiumicino è incluso nel prezzo, trasporti locali e la guida in lingua inglese. Quindici giorni a zonzo per l’Estremo Oriente a 1699 euro (e ci permettiamo di aggiungere “solo”). Una somma assolutamente commisurata alla qualità del viaggio. Curiosi?

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Come vi abbiamo anticipato ieri, durante la nostra gita alla Grande Muraglia Cinese, anche oggi sarà un'altra giornata alla scoperta di Pechino. Abbiamo cominciato dalla Città Proibita, chiamata così perché per 500 anni è stata chiusa. Il risultato è che ora per recuperare il turismo perso c’è più gente all’interno che in tutta la capitale. Solo per la fila per comprare il biglietto ci abbiamo messo più di un'ora.

Passiamo attraverso il colossale portone d'ingresso e tra i vari "Permesso" e "Mi scusi", riusciamo a metterci in prima fila per qualche foto. Ci sono grandi spazi, piazze larghissime e tutt’intorno le residenze e i palazzi, naturalmente in stile orientale, con tegole color oro e rifiniti con dragoni e uccelli vari. Qui una volta risiedevano due dinastie di imperatori, quella dei Ming e dei Qing. Passiamo attraverso varie porte: Meridian Gate, Divine Military Gate e Gate of Supreme Harmony, poi raggiungiamo le tre sale più importanti della Città Proibita: Hall of Supreme Harmony, la struttura più larga e importante delle tre, costruita nel XV secolo e restaurata nel XVII secolo. Veniva usata per le occasioni cerimoniali, come il compleanno dell'Imperatore e per la nomina e l'incoronazione dei capi militari.

Dietro di questa si trova la Hall of Middle Harmony: era una sala di transito, dove l'Imperatore preparava i suoi discorsi e riceveva i suoi ministri. L'ultima è la Hall of Preserving Harmony, usata soprattutto per i banchetti. Ma non finisce mica qui; ci sono centinaria di altre cose da vadere, come The Palace of Heavenly Purity, The Clock Exhibition Hall, la Hall of Jewellery e tanto altro. Sinceramente, però, c'è veramente troppa gente, non si riesce neanche a camminare e decidiamo di fare una breve visita ai giardini imperiali, una passeggiata attraverso vecchi e malformati cipressi. Cominciamo ad allontanarci dalla massa turistica e ci perdiamo tra le vie della città, non vediamo niente di particolarmente interessante ma almeno camminiamo tranquilli e con poca gente intorno. Alla fine, per fortuna, riusciamo a ritrovare l'uscita, naturalmente grazie all'incontro con qualche turista.

Proprio di fronte si trova la piazza più grande del mondo, Tienanmen Square, un’immensa distesa deserta pavimentata, con al centro un monlite. Fu progettata da Mao per accogliere le parate militari e, durante la Rivoluzione Culturale, ci marciarono più di un milione di persone. È veramente immensa, tanto che è difficile descriverla a parole. Vi diciamo solo che abbiamo impiegato più di dieci minuti per attraversarla. E non c'è neanche una panchina dove sedersi e controlli come agli aeroporti. Proprio quando siamo nel centro, inizia a piovere. Attorno a noi è un fuggi fuggi generale. Dovremmo cogliere l’attimo e fotografarla in quella situazione di caos, ma preferiamo non tirar fuori la macchina fotografica e ripararci.

Attraversiamo di nuovo la zona pedonale e i vari mercatini. Ma è tardi ed è ora di tornare verso l'albergo. Sono le 18.30, abbiamo appena preso gli zaini e raggiungiamo la stazione. Ci aspettano 13 ore di viaggio per raggiungere Xi-An, una passeggiata. Stavolta però niente posti a sedere, abbiamo due Standing Ticket, ossia rimarremo in piedi, oppure ci sbragheremo sotto qualche sedile.

Se vi diciamo che quest’anno (secondo l'Oroscopo cinese, che sempre più persone seguono e leggono con attenzione) è l’Anno della Capra, voi sarete portati a pensare subito a un Nobel per Vittorio Sgarbi. Certo, di questi tempi tutto è possibile, ma avete sbagliato, ci dispiace!

Noi di Vita da Turista sappiamo anche che siete lettori attenti e avrete sicuramente capito. Il 19 febbraio è la data X, quando quei due miliardi di abitanti (o poco più) che sono i cinesi nel mondo daranno il via alle loro danze.

Il Capodanno Cinese viene chiamato anche Festa del Nuovo Anno Lunare o Festa della Primavera, perché si presuppone sancisca la fine dell’inverno gelido. Quanto durano le festività? Quindici giorni, e culminano con la tradizionale festa delle Lanterne, che vede tutti i bambini sfilare con i loro piccoli cartoccini. Cos’altro avviene? In primis, il rosso è il colore predominante. Tradizione impone lo scambio di pacchetti rossi, e anzi, le persone single devono donare alle coppie sposate un dono di questo colore, un po' per generosità e un po' per sperare di gioire dei rapporti coniugali ASAP.

 

 

I fuochi artificiali, poi, sono un altro must della nota festa, come simbolo del male scacciato via e “bruciato”. Le città migliori? Pechino, per le parate tradizionali. Honk Kong, per il ricco calendario di eventi e Shangai per i fuochi artificiali: dallo skyline della città lo spettacolo è mozzafiato. Per quanto riguarda il cibo, invece, non spaventatevi: non vi aspetta nessun menù a base di ragni fritti e altre leccornie entomologiche. I cinesi nei loro banchetti amano il pollo e il pesce, ben augurali per l’anno a venire, e con ricette che forse avrete già provato in uno dei tanti ristoranti cinesi sparsi per il Bel Paese.

Ma non dovete per forza andare così lontano, perché come saprete la comunità cinese è un ribollire di uomini e donne sparsi ai quattro angoli del pianeta. Le migliori Chinatown? Londra e New York prima di tutto. Ma anche Bangkok. A Roma il 19 febbraio i cinesi conquisteranno, come da tradizione, Piazza del Popolo, mentre a Milano, dove i cinesi si concentrano nella zona di Via Sarpi, vi saranno altrettanti festeggiamenti che occuperanno la Chinatown meneghina.

Ci svegliamo alle 6 del mattino e andiamo alla stazione dei treni. Ci hanno detto che i biglietti sono tutti venduti ma vale la pena provare. Ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Purtroppo anche se siamo in Kashgar, tutta la Cina funziona con l’orario di Pechino. Non avendo calcolato bene il fuso perdiamo il treno delle 8. È stata una fortuna: avremmo pagato meno ma ci avremmo messo 56 ore. Aspettiamo dunque le 2 del pomeriggio e saliamo sul treno veloce per Urumqui, 189 Yen per 26 ore di viaggio nel vagone Hard Seat, il più economico.

Sin dalla partenza il treno è strapieno, non solo tutti i sedili sono occupati, ma molte persone sono in piedi e girovagano da un posto a un altro, cercando qualcuno libero, anche per poco. Accalcati riusciamo nel nostro piccolo a ricavarci due posti uno davanti all’altro e tra due chiacchiere e partitone a carte il pomeriggio passa senza problemi. Arriva l’ora della cena e ci prepariamo le nostre “zuppe”. Praticamente tutti mangiano nelle stesse scatolette, vogliamo usare i servizi, ma rinunciamo a dieci metri di distanza. Meglio resistere. Per dormire un incubo; nei sedili non possiamo neanche distendere le gambe, prendere sonno è impossibile. Per far dormire almeno uno di noi due, non vi diciamo chi però, l'altro decide di sdraiarsi per terra vicino ad altra gente che ha avuto la stessa idea. Verso le tre del mattino aprendo gli occhi si è ritrovato un piede sul petto con il calzino bucato, non si può fare altro che girarsi dall’altra parte e riprovare a prender sonno. È davvero una notte da incubo. Al risveglio notiamo che il treno rallenta e molta gente scende liberando qualche posto nel nostro vagone, ne approfittiamo subito per allungarci e recuperare qualche ora di sonno. Arriviamo ad Urumqui alle 3 del pomeriggio, abbiamo il tempo di fare la stessa spesa, ossia carne essiccata, zuppe istantanee, acqua e qualche merendina, e andiamo di nuovo alla stazione. Il treno per Pechino riparte alle 5 del pomeriggio, 317 Yen per 42 ore di viaggio, sempre nel vagone Hard Seat.

Mentre aspettiamo siamo assaliti da un gruppo di ragazzi che ci chiedono se vogliamo fare delle foto insieme. Per fortuna è arrivato il nostro treno, altrimenti avremmo dovuto far foto con tutti i giovani di Urumqui. Il treno stavolta è in migliori condizioni, non è molto affollato, i servizi sono molto più puliti e tutti sono molto più cordiali. Se resta così, è una favola! Dopo cena ci mettiamo a dormire distendendoci sui sedili non occupati ma a un certo punto il treno si ferma, noi ci svegliamo, mezza Cina comincia a salire. Qualcosa di indescrivibile, il treno diventa strapieno, nei vagoni c’è ora gente che dorme da tutte le parti, non ci si può neanche muovere, anche dormire per terra è impossibile perché ogni angolo è occupato e tra i sedili c'è un incrocio mai visto di braccia e di gambe. Ci troviamo braccia intorno al collo, teste appoggiate sulle spalle... di tutto. Ci adeguiamo e facciamo lo stesso: per loro sembra naturale, un'ammucchiata di gente, tutti uno sopra l'altro. A ogni fermata scendono 10 persone e ne salgono 100. Al nostro risveglio tutti ci sorridono e parlano con noi. Noi abbiamo due risposte standard: Italia, quando pensiamo che ci stiano chiedendo da dove veniamo, o Pechino, se pensiamo che ci stiano chiedendo la nostra destinazione. Loro tranquillamente continuano a parlarci come se capissimo qualcosa di quello che dicono. Poi tutti insieme ridono e noi sempre con le nostre risposte, Italia o Pechino, tutto il giorno così. Siamo diventati amici ma non conosciamo i loro nomi e loro non conoscono i nostri.

 

 

 

La seconda notte va anche peggio perché avendo preso confidenza durante il giorno neanche si pongono il problema nell’avvicinarsi, si distendono tranquillamente su di te e ti guardano come per dire … Buonanotte! Stavolta però abbiamo uno stratagemma e funziona alla grande. Gomiti alti, ginocchia in avanti e piccole convulsioni durante il finto sonno per fare in modo che si allontanino per paura di essere colpiti. Così riusciamo ad allungare almeno le gambe anche se dopo poche ore tutto torna al caos della notte scorsa. Un tragitto interminabile, 68 ore di viaggio. Voi starete pensando al nostro mal di schiena ... No, è un "mal di tutto"! Alla fine, però, il peggio sono le zuppe, gustose le prime e “tossiche” le altre. Per il bagno c’era sempre una fila chilometrica e quando arrivava il turno, spesso si è costretti a cambiare idea. Quando, alle 10 del mattino, scendiamo dal treno tutti ci hanno voluto salutare personalmente. In fondo come noi anche loro, per risparmiare, hanno sofferto l'inferno del viaggio nel vagone Hard Seat!

Nonostante tutto, però, è stata una bella esperienza. Non capita tutti i giorni di percorrere 4.000 chilometri in treno con gente che neanche conosci e alla fine del viaggio sentirli come persone che conosci da una vita. Sulla piattaforma ci guardsiamo e ridendo ci diciamo, quasi in coro: "Ora andiamo in Hotel, qui in Cina per fortuna siamo ospiti di Chiariva e ci aspetta un letto da favola!". Finalmente!

La Grande Muraglia è il simbolo della Cina. Un muro, fortificato e dotato di numerose torrette di osservazione, che si estende per migliaia di chilometri (seimila, ma c'è chi dice ottomila e chi addirittura ventunomila) lungo la parte settentrionale del paese, e che per secoli è servita come deterrente contro le invasioni dei popoli vicini. Questo monumento colossale, visibile anche dalla Luna e dichiarato già da anni patrimonio dell'Umanità UNESCO, starebbe però per scomparire, sotto gli effetti inesorabili del dissesto idrogeologico, dell'inquinamento, e del sempre più crescente vandalismo locale e turistico.

Il terribile allarme, che ha già spaventato archeologici, storici e visitatori da tutto il mondo, proviene da Wu Guoqiang, il segretario di un'associazione nata per tutelare il patrimonio storico che è la Grande muraglia. Secondo la Great China Wall Association, infatti, dell'intero percorso (costruito intorno al XIII-XIV secolo) la percentuale che si può definire ben conservata è appena del 10%, mentre il restante 90% è gravemente a rischio, o addirittura ha già subito danni irreparabili.

 

 

Non sono rare le notizie che raccontano di crolli imponenti, o di una sensibile riduzione dell'altezza della Muraglia, che da una media di cinque metri è passata a due, ma l'allarme in questo caso riguarda l'intero tracciato, che cade sotto i colpi di una gestione, locale e generale, disattenta e incurante della valenza storica del sito. Wu Guoqiang, infatti, ha puntato l'indice contro i governi della Cina del nord e contro l'amministrazione di Pechino che, mancando di trasferire fondi per le spese culturali, di fatto è responsabile principale di questo progressivo disfacimento della maggiore attrazione turistica cinese.

Di qui a vent'anni, insomma, si potrebbe rischiare di vedere la Grande Muraglia solo in fotografia, o quanto meno solo nei luoghi a maggiore affluenza turistica, dove è facile che restauri e conservazioni vengano attuati più di frequente. Il fascino di questo monumento, però, sta nella sua interezza, che l'ha reso celebre e visitatissimo. La speranza è che chi di dovere agisca per mantenerlo integro, e per dare alla Cina un futuro, anche culturale, più florido e meno precario.

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