Un altro treno, altre 16 ore di viaggio per arrivare a Chengdu. Stiamo attraversando la Cina, questo immenso paese, su due binari, da Sud Ovest a Nord Est. Il paesaggio cambia lentamente su queste lande sconfinate, ore e ore di treno per raggiungere la capitale nel Nord Est e poi giù, passando per città, metropoli... E ancora non è finita, ci mancano le ultime 36 ore di viaggio per raggiungere la dogana della nostra quattordicesima tappa, il Vietnam.

Arriviamo a Chengdu a mezzogiorno, il viaggio in treno è stato una passeggiata, ormai siamo abituati a tappe molto più lunghe. Chiediamo indicazioni per il nostro Hotel, lo Yinhe Dynasty Hotel dove ci riposeremo grazie a Chiariva, e come al solito all’inizio abbiamo qualche difficoltà a raggiungerlo. Alla fine preò riusciamo a trovare qualche buona anima che ci indica l'autobus da prendere. L’Hotel è bello e centrale, mangiamo in un self service non molto distante, proviamo più piatti e confermiamo la bontà del cibo, totalmente diverso da quello che siamo abituati a mangiare in Italia. Qui i "famosi" spring roll neanche li inseriscono sui menù.

La città è immensa, 13 milioni di abitanti, ed è la quinta città più popolata del paese. Decidiamo di fare un giro senza seguire mappe, alla scoperta della città. Incontriamo tanti mercatini che come al solito vendono di tutto, vogliamo contrattare per due bracciali fatti con vecchie monete con il buco al centro, facciamo del nostro meglio per abbassare il prezzo. Sono partiti troppo alti, evidentemente non è la nostra giornata per fare acquisti e poi sanno che sicuramente dopo pochi minuti passerà un altro turista pronto a spendere qualche dollaro in più. Dopo aver percorso uno stradone lunghissimo arriviamo alle mura, cerchiamo l’entrata, marcata da un possente cancello rosso. L'iscrizione all'esterno dice "Wenshu Temple": casualmente abbiamo trovato il più grande e meglio preservato tempio Buddhista.

C’è un grande giardino all’interno con piccoli laghetti, uno è pieno di pesci dai mille colori, l’altro è chiamato Lago delle tartarughe e ne ospita tantissime e delle dimensioni più varie; quelle piccoline sono troppo forti, appena ci avviciniamo al bordo scappano subito in acqua, muovendo le loro piccole zampette. Quelle più grandi invece neanche si preoccupano della nostra presenza. Intorno ci sono vecchie costruzioni, alcune di esse ancora rendono bene i tempi di loro splendore. In una c'è una piccola biblioteca, i libri sono ben rilegati e molto curati. Due ragazze ci osservano e noi, per darci delle arie, iniziamo a sfogliarne qualcuno mostrando interesse per quelle pagine piene di caratteri per noi indecifrabili. Loro, le ragazze, sono cinesi e c'è il rischio che ci possano chiedere qualcosa, visto che siamo gli unici occidentali nella stanza. Meglio tagliare la corda ed evitare brutte figure!

Si sta facendo sera, dobbiamo ancora prendere tutte le informazioni necessarie per la visita di domani alla Riserva dei Panda e un po' di stanchezza comincia a farsi sentire. Torniamo in Hotel; il ragazzo della reception, molto gentilmente, ci spiega come raggiungerla con i mezzi pubblici. Ci dice anche che di solito tutti prendono un taxi, ma ha capito che non siamo “semplici turisti” (saranno stati gli zaini?). Anche a lui piace viaggiare e come un vero Backpacker ha girato tutto il paese. Ci buttiamo al letto, felici al solo pensiero di abbracciare the Big Bear-cat, in cinese Dà Xiòngmao.

Avete mai sentito parlare del Monte Hua, anche chiamato Huashan (Shan, in cinese, significa montagna)? Se la risposta è no, allora forse vi sarete persi uno degli spettacoli più stupefacenti della natura ma, soprattutto, un corollario di scalatori davvero coraggiosi.

Alto 2.160 metri, lo Huashan si trova nella provincia dello Shaanxi, nella parte centrale della Cina, a non molta distanza dall'antica capitale Xi'An, ed è una delle cinque montagne sacre del gigante asiatico, che veniva scalata dai fedeli in pellegrinaggio.

 

 

Proprio per raggiungere questi templi, buddisti e taoisti, sono state costruite nel tempo, sullo Huashan, delle funivie, ma il picco più alto è raggiungibile solo attraverso un sentiero da brividi, a picco sul precipizio, e costituito da passerelle strettissime e delle catene di ferro alle quali legarsi.

Il ragazzo che vedrete in questo video, che certo non ha paura delle vertigini, si è "lanciato" nell'impresa della scalata allo Huashan, e ci dimostra, selfie stick alla mano, quanto questo percorso sia tanto pericoloso quanto affascinante. A voi l'ultima parola!

Fritto in Italia vuol dire tante cose, e soprattutto fa rima con tante regioni: dallo gnocco fritto della Pianura Padana al nord e con i tipici (mitici), panzerotti baresi nella ridente Puglia. Per non parlare degli “arancini” o “arancine” (a seconda delle varianti dialettali palermitane o catanesi), della Sicilia. Di supplì romani ne avete mai sentito parlare? Una goduria.

 

 

Ma ormai, cari affezionati lettori, sapere bene che, girato l’angolo, non tutto è oro quello che luccica, e non tutto il fritto è quello che fa venire l’acquolina in bocca. Non stiamo parlando delle patatine fritte modello fast food (quelle sono ancora una prelibatezza), ma di una cosa molto più off limits.

Allora, se e come è successo questa primavera a Padova, dove un topo fritto è stato trovato nel sacchetto delle patatine, preoccupatevi, chiamate i NAS, le ASL e chi più ne ha più ne metta. Ma se vi trovate nella periferia di Pechino e Shangai allora niente paura, è ordinaria amministrazione. Quella del topo in Cina infatti è una delle carni più costose e pregiate (tanto che il topo ha anche il suo posto d’onore nel calendario cinese, come animale associato a prosperità e fascino). Servita nei ristoranti o in “pregiati” banchetti da street food, certo per palati abituati a sapori forti e, come dire, anticonvenzionali.

Le varianti più scelte dalle cuoche cinesi? Bollito, arrosto con un più o meno variabile pomodoro, oppure al forno. “Mangio topi da 10 anni e non ho mai avuto alcun tipo di problema. Si possono friggere, oppure bollirli. Sono molto dolci e saporiti”. Parola della signora Mo Lin, cliente affezionata di un macellaio della provincia del Guangdong. Come dire, paese che vai, modo di considerare il topo che trovi!

(Se vi siete persi le precedenti puntate di questa "serie degli orrori gastronomici", rimediate subito: il pulcino e il fugu)

Siamo ad Osh da dieci giorni. Tanto, troppo tempo. Vogliamo ripartire. Le abbiamo provate tutte ma, come vi abbiamo accennato nell'aggiornamento precedente, abbiamo problemi con Bianchina. Siamo arrivati anche al confine con la Cina, sono stati 500 inutili chilometri. Ci hanno solo confermato quelle che già immaginavamo: Bianchina non può entrare in Cina.

Ci vuole un documento speciale rilasciato dal governo cinese per far sì che un turista possa entrare con una macchina di sua proprietà. Inoltre noi abbiamo l’autorizzazione per guidare la macchina ma non è intestata direttamente a noi. Le pratiche burocratiche aumentano, il tempo e anche il costo. E tanto! Ci si può collegare con un'agenzia interna, ma ci hanno chiesto quasi 5.000 euro. Non abbiamo neanche risposto, non li abbiamo. L'alternativa ora è rimpatriare con onore Bianchina tramite una compagnia di trasporti, possibilmente con bisarca. Anche in questo caso non si può: nessuna compagnia fa questo tipo di servizio, dovrebbero farlo solo per noi e i costi sono troppo elevati. Serve una soluzione per proseguire. Non possiamo certo abbandonare la nostra fida compagna di viaggio, che ci ha accompagnato finora fin sulla vetta del Pamir.

Cerchiamo una soluzione ma non sappiamo da dove iniziare. Chiacchierando con un ragazzo nella hall dell’hotel, scopriamo che un suo amico ha un business: compra macchine in Germania e le rivende qui ad Osh. Potrebbe essere interessato a riportare la nostra Bianchina in Europa. Organizziamo un incontro e in poche ore siamo faccia a faccia con l'unica persona che può salvarci. Ora, organizzare una cosa del genere non è per niente semplice. Prima di tutto bisogna mettersi d’accordo con il prezzo. Naturalmente sono partiti alti ma dopo varie contrattazioni abbiamo raggiunto un ottimo deal. Poi bisogna stipulare un contratto nel quale entrambi le parti promettono di rispettare i propri compiti. Volevamo farlo da un notaio ma bisognava far tradurre tutti i documenti in russo e abbiamo optato per un modesto “fai da te”. E infine bisogna fare l’autorizzazione con nomi e cognomi per consentigli di guidare la macchina.

 

 

Il nostro ritardo dipende soprattutto da quest'ultimo passaggo. La DHL ci aveva confermato che i documenti sarebbero arrivati a Osh in due giorni e abbiamo deciso di aspettare. Oggi, però, l'ufficio postale cittadino ci ha confermato che arriveranno non prima di cinque giorni lavorativi. Dovremmo aspettare un'altra settimana ma non possiamo. Partiamo lo stesso domani e speriamo con tutto il cuore che tutto vada bene. Lasciamo Bianchina in buone mani, ne siamo certi.

Siamo pronti ormai a lasciarci l’Asia Centrale alle spalle. Ci siamo rilassati fin troppo e un altro viaggio sta per cominciare, completamente differente, non solo per paesaggi, culture e tradizioni, ma anche perché non avremo con noi la nostra auto. Dovremo prima fare l'autostop per superare il confine con la Cina, perché non ci sono mezzi di trasporto che lo oltrepassino, e una volta arrivati a Kashgar ci aspettano le ferrovie cinesi. Dobbiamo proseguire con i mezzi pubblici, in treno, fino a Pechino. Dobbiamo ammetterlo, siamo un po' tristi per Bianchina ma questo viaggio deve continuare. Il nostro sogno si deve realizzare!

La pacchia è finita. Il nostro relax in piscina, tra tuffi, bagni e scivolate è finito. È il nostro ultimo giorno a Osh. Domani ci rimettiamo in marcia, con otto giorni di ritardo. Si va ziano in spalla, pronti a prendere qualsiasi passaggio pur di continuare il nostro viaggio. Siamo pronti per un'altra avventura. Ci risentiamo dalla Cina! Fateci sentire il vostro "in bocca al lupo"!

 

Ci svegliamo alle 6 del mattino e andiamo alla stazione dei treni. Ci hanno detto che i biglietti sono tutti venduti ma vale la pena provare. Ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Purtroppo anche se siamo in Kashgar, tutta la Cina funziona con l’orario di Pechino. Non avendo calcolato bene il fuso perdiamo il treno delle 8. È stata una fortuna: avremmo pagato meno ma ci avremmo messo 56 ore. Aspettiamo dunque le 2 del pomeriggio e saliamo sul treno veloce per Urumqui, 189 Yen per 26 ore di viaggio nel vagone Hard Seat, il più economico.

Sin dalla partenza il treno è strapieno, non solo tutti i sedili sono occupati, ma molte persone sono in piedi e girovagano da un posto a un altro, cercando qualcuno libero, anche per poco. Accalcati riusciamo nel nostro piccolo a ricavarci due posti uno davanti all’altro e tra due chiacchiere e partitone a carte il pomeriggio passa senza problemi. Arriva l’ora della cena e ci prepariamo le nostre “zuppe”. Praticamente tutti mangiano nelle stesse scatolette, vogliamo usare i servizi, ma rinunciamo a dieci metri di distanza. Meglio resistere. Per dormire un incubo; nei sedili non possiamo neanche distendere le gambe, prendere sonno è impossibile. Per far dormire almeno uno di noi due, non vi diciamo chi però, l'altro decide di sdraiarsi per terra vicino ad altra gente che ha avuto la stessa idea. Verso le tre del mattino aprendo gli occhi si è ritrovato un piede sul petto con il calzino bucato, non si può fare altro che girarsi dall’altra parte e riprovare a prender sonno. È davvero una notte da incubo. Al risveglio notiamo che il treno rallenta e molta gente scende liberando qualche posto nel nostro vagone, ne approfittiamo subito per allungarci e recuperare qualche ora di sonno. Arriviamo ad Urumqui alle 3 del pomeriggio, abbiamo il tempo di fare la stessa spesa, ossia carne essiccata, zuppe istantanee, acqua e qualche merendina, e andiamo di nuovo alla stazione. Il treno per Pechino riparte alle 5 del pomeriggio, 317 Yen per 42 ore di viaggio, sempre nel vagone Hard Seat.

Mentre aspettiamo siamo assaliti da un gruppo di ragazzi che ci chiedono se vogliamo fare delle foto insieme. Per fortuna è arrivato il nostro treno, altrimenti avremmo dovuto far foto con tutti i giovani di Urumqui. Il treno stavolta è in migliori condizioni, non è molto affollato, i servizi sono molto più puliti e tutti sono molto più cordiali. Se resta così, è una favola! Dopo cena ci mettiamo a dormire distendendoci sui sedili non occupati ma a un certo punto il treno si ferma, noi ci svegliamo, mezza Cina comincia a salire. Qualcosa di indescrivibile, il treno diventa strapieno, nei vagoni c’è ora gente che dorme da tutte le parti, non ci si può neanche muovere, anche dormire per terra è impossibile perché ogni angolo è occupato e tra i sedili c'è un incrocio mai visto di braccia e di gambe. Ci troviamo braccia intorno al collo, teste appoggiate sulle spalle... di tutto. Ci adeguiamo e facciamo lo stesso: per loro sembra naturale, un'ammucchiata di gente, tutti uno sopra l'altro. A ogni fermata scendono 10 persone e ne salgono 100. Al nostro risveglio tutti ci sorridono e parlano con noi. Noi abbiamo due risposte standard: Italia, quando pensiamo che ci stiano chiedendo da dove veniamo, o Pechino, se pensiamo che ci stiano chiedendo la nostra destinazione. Loro tranquillamente continuano a parlarci come se capissimo qualcosa di quello che dicono. Poi tutti insieme ridono e noi sempre con le nostre risposte, Italia o Pechino, tutto il giorno così. Siamo diventati amici ma non conosciamo i loro nomi e loro non conoscono i nostri.

 

 

 

La seconda notte va anche peggio perché avendo preso confidenza durante il giorno neanche si pongono il problema nell’avvicinarsi, si distendono tranquillamente su di te e ti guardano come per dire … Buonanotte! Stavolta però abbiamo uno stratagemma e funziona alla grande. Gomiti alti, ginocchia in avanti e piccole convulsioni durante il finto sonno per fare in modo che si allontanino per paura di essere colpiti. Così riusciamo ad allungare almeno le gambe anche se dopo poche ore tutto torna al caos della notte scorsa. Un tragitto interminabile, 68 ore di viaggio. Voi starete pensando al nostro mal di schiena ... No, è un "mal di tutto"! Alla fine, però, il peggio sono le zuppe, gustose le prime e “tossiche” le altre. Per il bagno c’era sempre una fila chilometrica e quando arrivava il turno, spesso si è costretti a cambiare idea. Quando, alle 10 del mattino, scendiamo dal treno tutti ci hanno voluto salutare personalmente. In fondo come noi anche loro, per risparmiare, hanno sofferto l'inferno del viaggio nel vagone Hard Seat!

Nonostante tutto, però, è stata una bella esperienza. Non capita tutti i giorni di percorrere 4.000 chilometri in treno con gente che neanche conosci e alla fine del viaggio sentirli come persone che conosci da una vita. Sulla piattaforma ci guardsiamo e ridendo ci diciamo, quasi in coro: "Ora andiamo in Hotel, qui in Cina per fortuna siamo ospiti di Chiariva e ci aspetta un letto da favola!". Finalmente!

Sembrano usciti da una favola. E invece non è così. Non vi occorre un aereo per vederli ma solo armarvi di santa pazienza, zaino in spalla e salire. Fino alle nuvole, of course. Stiamo parlando di luoghi unici, leggendari, conosciuti o meno, tutti accomunati da questa "vicinanza" al cielo.

Dal Giappone alla Cina, passando (anche) dalle parti di Viterbo, perché la bellezza dell'Italia è spesso paragonabile, se non superiore, a quella di altri luoghi, ecco delle scenografie naturali che farebbero l'invidia dello Spielberg di turno, tutte per voi.

 

 

Castello di Takeda, Giappone

Si trova nella città di Asago, in Giappone, sopra una montagna di 353 metri. Vi basteranno “solo” quaranta minuti di cammino in salita per raggiungerlo ma, una volta arrivati, lo scenario che si aprirà ai vostri occhi non avrà eguali. Il castello è una struttura del XV secolo, chiamata (vista la sua bellezza), il “Macchu Picchu” del Giappone. L’ultimo proprietariom, nel 1600, fu un samurai che venne accusato di un delitto e fece “seppuku”, il suicidio dei guerrieri giapponesi. Da allora il castello è caduto in rovina, fatto che ne aumenta il fascino. Qual è la particolarità di questo posto? Tra settembre e novembre, tra l’aurora e le 8 del mattino, si verifica un particolare fenomeno: un rapido abbassamento di temperatura favorisce la creazione di una coltre di nebbia che avvolge l’intera montagna, lasciando visibile solo il castello.

 

Huangshan, Cina

Veniamo al “sospeso tra le nuvole numero due”. Siamo nella terra prossima a quella del Sol Levante, la vicina Cina. Localizziamoci più da vicino: la catena dell’Huangshan, anche detta “delle montagne gialle”. Si tratta del sito naturalistico più visitato della Cina, e non solo per le sue bellezze paesaggistiche e le fonti termali. Qui il fenomeno delle nubi ha un nome: Yun Hai, cui si affianca un altro fenomeno particolarissimo, conosciuto come “Luce di Buddha”. La coltre di nube è qui talmente vasta che viene associata ai punti cardinali: mare del sud, del nord e mare di mezzo, detto anche del “paradiso”. Lasciamo a voi l’immaginazione.

 

Monte Tomanu, Giappone

Anche qui ci troviamo in oriente e stessi “scherzi” visivi causati da fenomeni atmosferici. In questo caso si tratta di una nota località sciistica, a 1239 metri d’altezza. Ma qui il fenomeno ha la sua particolarità, dal momento che si tratta di una catena montuosa, e non di un semplice “rocca isolata” tra le nuvole. Il che vuol dire che vi troverete di fronte a un vero e proprio “arcipelago” fluttuante nel vuoto. Come ci si arriva? Attraverso una cabinovia (purtroppo dal costo non economico, 15 euro) che vi porta fino in cima. Ma dovrete essere fortunati: anche nel periodo giusto, all’ora esatta, il fenomeno si verifica solo il 40% delle volte.

 

Civita di Bagnoregio, Italia

Dopo aver fatto questo lungo passaggio ad est ritorniamo nei nostri luoghi vicini. Questo piccolo borghetto, infatti, si trova a meno di due ore di viaggio da Roma, ed è uno dei luoghi più incredibili dello Stivale. Un manipolo di case arroccate su uno sperone di roccia. Accessibili solo attraverso un ponte. Questo fa in modo che, nelle giornate brumose, una coltre di nebbia circondi questo isolotto di tufo dando l’idea di un’isola sospesa nel vuoto. Provare per credere (non è un caso che ultimamente Civita di Bagnoregio sia la location preferita da molti scenografi)!

Il Festival del ghiaccio di Harbin è l'evento che vi farà ricredete sugli eventi dell'inverno in Cina, quella stagione in cui tutti (o quasi) pensano che l'attrazione primaria sia costituita dai festeggiamenti per il Capodanno cinese, con tutti gli annessi e connessi.

Oltre ad un viaggio nella rossa Pechino, oppure a guardare con occhi all’insù gli spettacolari fuochi d’artificio di Shangai, c’è una cosa che forse pochi conoscono, ma per questo non meno bella. Stiamo parlando appunto del Festival del ghiaccio di Harbin che, dal 5 al 25 febbraio, anima e riempie di visitatori questa città semisconosciuta ai limiti con il confine siberiano.

Ghiaccio, neve e temperature che scendono prepotentemente al di sotto dello zero. Ma, dal 1984, l’Harbin International Ice and Snow Sculpture Festival, richiama in città migliaia di turisti, attratti dai portenti che qui vengono prodotti da artisti provenienti da tutto il mondo.

 

 

Pensavate che non si potesse arrivare a 50 metri d’altezza con il solo ghiaccio? Vi ricrederete. Le opere sono per lo più ispirate alla tradizione cinese: dragoni, immagini tratte dal capodanno, guerrieri mitici etc. Ma non finisce qui: città futuristiche con effetti di luci, orizzonti labirintici. Giochi ottici e sculture tetraediche. Avrete l’impressione di essere atterrati in una città creata dal nulla nella steppa, e invece sarete al Festival del ghiaccio di Harbin, nella pur lontana Cina, ma sempre a una decina di ore di volo da casa vostra!

Durante il giorno, il Festival del ghiaccio di Harbin sembra l'interno di un set cinematografico, o uno degli allestimenti dei parchi Disney californiani. L’area del festival è composta da varie zone a tema e comprende una superficie di circa 750.000 metri quadrati, divisa in due aree espositive principale: la Sun Island e l’Ice Snow World. Per tutti i romantici vi segnaliamo che la fine del festival è legato alle temperature: con l’avvicinarsi di climi più miti infatti, il calore dell’atmosfera fa sciogliere il ghiaccio. Triste e romantico allo stesso tempo.

Se vi diciamo che quest’anno (secondo l'Oroscopo cinese, che sempre più persone seguono e leggono con attenzione) è l’Anno della Capra, voi sarete portati a pensare subito a un Nobel per Vittorio Sgarbi. Certo, di questi tempi tutto è possibile, ma avete sbagliato, ci dispiace!

Noi di Vita da Turista sappiamo anche che siete lettori attenti e avrete sicuramente capito. Il 19 febbraio è la data X, quando quei due miliardi di abitanti (o poco più) che sono i cinesi nel mondo daranno il via alle loro danze.

Il Capodanno Cinese viene chiamato anche Festa del Nuovo Anno Lunare o Festa della Primavera, perché si presuppone sancisca la fine dell’inverno gelido. Quanto durano le festività? Quindici giorni, e culminano con la tradizionale festa delle Lanterne, che vede tutti i bambini sfilare con i loro piccoli cartoccini. Cos’altro avviene? In primis, il rosso è il colore predominante. Tradizione impone lo scambio di pacchetti rossi, e anzi, le persone single devono donare alle coppie sposate un dono di questo colore, un po' per generosità e un po' per sperare di gioire dei rapporti coniugali ASAP.

 

 

I fuochi artificiali, poi, sono un altro must della nota festa, come simbolo del male scacciato via e “bruciato”. Le città migliori? Pechino, per le parate tradizionali. Honk Kong, per il ricco calendario di eventi e Shangai per i fuochi artificiali: dallo skyline della città lo spettacolo è mozzafiato. Per quanto riguarda il cibo, invece, non spaventatevi: non vi aspetta nessun menù a base di ragni fritti e altre leccornie entomologiche. I cinesi nei loro banchetti amano il pollo e il pesce, ben augurali per l’anno a venire, e con ricette che forse avrete già provato in uno dei tanti ristoranti cinesi sparsi per il Bel Paese.

Ma non dovete per forza andare così lontano, perché come saprete la comunità cinese è un ribollire di uomini e donne sparsi ai quattro angoli del pianeta. Le migliori Chinatown? Londra e New York prima di tutto. Ma anche Bangkok. A Roma il 19 febbraio i cinesi conquisteranno, come da tradizione, Piazza del Popolo, mentre a Milano, dove i cinesi si concentrano nella zona di Via Sarpi, vi saranno altrettanti festeggiamenti che occuperanno la Chinatown meneghina.

La Grande Muraglia è il simbolo della Cina. Un muro, fortificato e dotato di numerose torrette di osservazione, che si estende per migliaia di chilometri (seimila, ma c'è chi dice ottomila e chi addirittura ventunomila) lungo la parte settentrionale del paese, e che per secoli è servita come deterrente contro le invasioni dei popoli vicini. Questo monumento colossale, visibile anche dalla Luna e dichiarato già da anni patrimonio dell'Umanità UNESCO, starebbe però per scomparire, sotto gli effetti inesorabili del dissesto idrogeologico, dell'inquinamento, e del sempre più crescente vandalismo locale e turistico.

Il terribile allarme, che ha già spaventato archeologici, storici e visitatori da tutto il mondo, proviene da Wu Guoqiang, il segretario di un'associazione nata per tutelare il patrimonio storico che è la Grande muraglia. Secondo la Great China Wall Association, infatti, dell'intero percorso (costruito intorno al XIII-XIV secolo) la percentuale che si può definire ben conservata è appena del 10%, mentre il restante 90% è gravemente a rischio, o addirittura ha già subito danni irreparabili.

 

 

Non sono rare le notizie che raccontano di crolli imponenti, o di una sensibile riduzione dell'altezza della Muraglia, che da una media di cinque metri è passata a due, ma l'allarme in questo caso riguarda l'intero tracciato, che cade sotto i colpi di una gestione, locale e generale, disattenta e incurante della valenza storica del sito. Wu Guoqiang, infatti, ha puntato l'indice contro i governi della Cina del nord e contro l'amministrazione di Pechino che, mancando di trasferire fondi per le spese culturali, di fatto è responsabile principale di questo progressivo disfacimento della maggiore attrazione turistica cinese.

Di qui a vent'anni, insomma, si potrebbe rischiare di vedere la Grande Muraglia solo in fotografia, o quanto meno solo nei luoghi a maggiore affluenza turistica, dove è facile che restauri e conservazioni vengano attuati più di frequente. Il fascino di questo monumento, però, sta nella sua interezza, che l'ha reso celebre e visitatissimo. La speranza è che chi di dovere agisca per mantenerlo integro, e per dare alla Cina un futuro, anche culturale, più florido e meno precario.

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