Se ci seguite lo sapete già, ma vogliamo dirvelo lo stesso! Siamo riusciti ad entrare in Russia, nonostante molte informazioni dicessero che la frontiera era chiusa. Ora vi raccontiamo com'è andata. Attraversiamo la dogana Azera e ci dirigiamo verso quella russa, non sappiamo cosa ci attende, troppe informazioni contrastanti. Ci chiedono tutti i documenti possibili e immaginabili, ma a questo siamo preparati. Bianchina viene prima completamente svuotata e poi scannerizzata centimetro per centimetro. Un ufficiale della dogana ci prende da parte e comincia un vero e proprio interrogatorio, che si concentra in modo particolare sulla proprietà della macchina. Abbiamo con noi un documento che dimostra che possiamo guidarla ma non è in russo. Prima di partire lo abbiamo tradotto in inglese e in francese, per il Tagikistan. Ma non in russo. L'ufficiale ci dice che non parla nessuna delle due lingue e che è necessario che il documento venga tradotto, con i nomi di tutti gli interessati che devono comparire in un atto autentificato dal notario. Sembra impossibile farcela, ma è stato "solo" difficile: tra un sorriso, una battuta, due stupidaggini riguardo le donne locali, ce l'abbiamo fatta. Nel momento in cui ci hanno timbrato il passaporto è stato più forte di noi: ce li siamo abbracciati tutti, e prima della nostra partenza ancora continuavano a chiedersi perché due italiani fossero apparsi in quella dogana. Davvero strano pensavano loro, e forse sotto sotto lo pensiamo anche noi.

Superata la dogana, ci rimettiamo in marcia. Il nostro unico obiettivo è raggiungere il confine con il Kazakistan il più presto possibile. Per farcela, però, dobbiamo attraversare una regione molto particolare, il Daghestan. Se c'è una cosa che ha caratterizzato questa parte di viaggio sono i posti di blocco: ne abbiamo visti 12 e ci hanno fermato 7 volte. In ogni caso, hanno tentato di estorcerci denaro ma ormai sappiamo come funziona: sorrisi, disponibilità, tempo a disposizione e pazienza. Siamo riusciti a superarli tutti senza pagare neanche un euro. Prima tappa Machackala. Troviamo un hotel a 1.500 rubli, circa 35 euro, ma riusciamo a scendere a mille rubli dopo una breve contrattazione. Subito a nanna, finalmente un letto, dopo due notti passate in macchina in dogana.

È mercoledì. Abbiamo dormito tutto d'un fiato. Sveglia alle 9 e via in macchina. Oggi ci aspetta un'altra dogana e tantissimi chilometri. La nostra meta è Ashkatran, 750 chilometri per raggiungerla, altri 50 per raggiungere la dogana con il Kazakistan. Tutto fila liscio, la dogana passa via che è un piacere e ci troviamo finalmente nel nono stato dall'inizio del viaggio. Peccato però che la nostra destinazione finale disti altri 380 chilometri, necessari per raggiungere la città di Atyrau. Tanti chilometri e un paesaggio che non cambia mai. Bello, caratteristico, ma sempre lo stesso… la steppa. Uno stradone lunghissimo, percorso da pochi automezzi, la maggior parte dei quali sono TIR, nessuna differenza tra destra e sinistra. Superata la dogana ci fermano dei locali che ci dicono che bisogna avere l’assicurazione della macchina, altrimenti a ogni posto di blocco scatta una multa. Soldi come al solito non ne abbiamo e ci rispondono che allora sarebbero stati problemi nostri. Ci mettiamo a parlare con il più socievole e dopo più di un'ora di chiacchiere ci dice che la cosa migliore da fare è…  fare i vaghi, parlare solamente inglese, scuotere la testa, mettere la prima e continuare ad andare avanti. Dopo 100 metri ecco il controllo, nel quale ci avrebbero chiesto l’assicurazione. Fa tutto Bianchina. Dieci metri prima di arrivare allo stop, le luci si spengono. In cinque secondi le abbiamo riaccedere e il posto di blocco è passato. Non si sono accorti di noi. Fortuna, casualità, destino. Non ci interessa, siamo passati.

Prima di partire, abbiamo sentito parlare di una strada piuttosto mal messa per raggiungere Atyrau, ma tutto ci aspettavamo tranne che quello che abbiamo trovato. La strada non esiste, solo una buca dietro l'altra, anzi un cratere dopo l'altro. In queste condizioni dobbiamo percorrere altri 280 chilometri. Siamo stanchi ma continuiamo ad andare aventi. Bianchina comincia a sbarellare, tra buche e colpi di sonno la situazione rischia di diventare pericolosa. Alle 4 del mattino accostiamo e decidiamo che un riposino non possa farci male. Ci risvegliamo alle sette, non ci diciamo nemmeno buongiorno e rimettiamo in moto. Resistiamo un'altra ora, altri 80 chilometri. Nel frattempo è giovedì. La strada è troppo disastrata, le braccia fanno male, rischiamo un brutto incidente per un colpo di sonno. Ce la caviamo con una sterzata all'ultimo momento ma non riusciamo a evitare di finire fuori strada. È meglio prendersi un'altra pausa. Un'ora di sonno e siamo di nuovo in marcia, musica ad alto volume, finestrini abbassati, tanto uno resta sempre giù, e si riparte. Cantando a squarciagola per tenerci svegli arriviamo ad Atyrau a mezzogiorno, dopo 20 ore consecutive in macchina. 1200 chilometri percorsi, abbiamo superato gli 8000 totali. Ormai non non esiste stanchezza, ma solo voglia di raggiungere la nostra prossima tappa, la tanto desiderata Samarcanda, in Uzbekistan. Manca solo un ultimo sforzo. Solo 1600 chilometri da percorrrere il prima possibile.

Se vi state domandando perché abbiamo tanta fretta, ve lo diciamo subito. Dall’Azerbaigian avremmo dovuto prendere il traghetto per il Turkmenistan. Non non avendo ottenuto il visto abbiamo dovuto cercare una via alternativa, ma sempre mantenendo le nostre date. Per questo dobbiamo essere in Uzbekistan entro il 29 giugno. Speriamo di riuscire a visitare il Kazakistan con tempi più consoni. Da quello che abbiamo visto e che ci hanno detto gli abitanti incontrati, questo paese ha veramente tanto da offrire e tante bellezze da scoprire, specialmente paesaggistiche. La stessa Atyrau sarà anche una bella città ma dopo tutto questo viaggio andiamo a dormire, non prima di dirvi che nei prossimi giorni non riusciremo a essere molto presenti perché avremo difficoltà di connessione. Ci aspettano ancora tanti chilometri.