Domenica mattina. Possiamo raccontare di aver vissuto un'altra notte in dogana, stavolta quella del Tagikistan. Siamo di nuovo dai doganieri, ma a differenza di quanto è successo ieri sera, stavolta abbiamo i nostri bei 30 dollari in mano. Paghiamo, ci rilasciano la ricevuta, ci danno il resto in Sumonì, 5 dollari equivalenti a 25 della moneta locale. In mano ne contiamo solo venti, inutile controbattere. Ci lasciano passare, siamo in Tagikistan, ora dobbiamo fare 386 chilometri per arrivare a Dushanbe.

Le informazioni che abbiamo raccolto, in realtà, dicono che di chilometri da fare ce ne sono 120 in meno, Ma i cartelli parlano chiaro: 386 chilometri, chissà! Ci fermiamo per un pacco di biscotti e due bottiglie d'acqua, ora abbiamo solo 7 sumonì  con noi. I primi 50 chilometri di strada non sono semplici da percorrere, non ci sono segnaletiche e le informazioni che chiediamo sono spesso in contrasto tra di loro. Finalmente raggiungiamo la strada principale, ce ne accorgiamo perché c’è un pedaggio da pagare, 4 Sumonì, per fortuna li abbiamo. Chiediamo se ne avremmo incontrati altri e la risposta è… altri 6. Ci guardiamo e ci diciamo di fregarcene e di continuare, un modo poi si troverà. Il paesaggio è stupendo e totalmente diverso dagli altri visti in precedenza, né steppe e né deserti, tante montagne e dietro di esse le vette innevate. Si intravede la catena del Pamir e questo è solo un assaggio di quello che vedremo durante il passo da Khorog a Osh, chiamato appunto il passo del Pamir.

Secondo pedaggio, 2 Sumonì, anche questo è andato. Cinquanta chilometri più tardi il terzo: 6 Sumonì. E adesso? Scendiamo dalla macchina e chiediamo alle altre vetture un piccolo aiuto. Senza nessun problema raggiungiamo la cifra dovuta e continuiamo il nostro percorso. Il paesaggio prende una forma sempre più affascinante, la strada è a volte disastrata, altre ben messa. Da lontano vediamo il terzo pedaggio e qui la brutta notizia: 23 sumonì per passare. E ne mancano ancora tre, rispettivamente da 18, 14 e 12. Cominciamo il nostro lavoro, ma per raggiungere il totale con la scarsa affluenza di macchine non ci basterebbe tutta la giornata. Tre ragazzi però scendono dalla macchina, si avvicinano e ci chiedono se ci serve aiuto. Gli spieghiamo la situazione e gli diciamo che purtroppo siamo rimasti a corto di cash. Senza aggiungere altro ci danno tutti i soldi necessari per passare i quattro pedaggi rimasti. Partono baci e abbracci, foto, e visto che li reincontreremo a Dushanbe, facciamo di nuovo la nostra promessa di viaggiatori, ossia di restituire quanto ci hanno prestato.

 

 

Quel gesto ci rincuora, ci dà una positività incredibile, la ruota sta girando dalla nostra parte. Il paesaggio fa il resto e il nostro umore sale alle stelle. Il percorso è più interessante sia dal punto di vista paesaggistico sia per la strada, con curve a gomito, lunghi rettilinei e strapiombi che mettono paura solo a guardarli. Ci fermiamo spesso, attraversiamo tunnel incredibili, spesso lunghi e senza luce. Uno in particolare è stato una tragedia: completa assenza di luci, strapieno di buche e per la maggior parte allagato, con macchine e camion che invadono le corsie per trovare un tratto di strada migliore. Praticamente ognuno passa dove vuole, provocando ingorghi e code lunghissime. Con Bianchina tiriamo dritti alla grande, anche se qualche buca spaventa anche lei. E anche noi. Ma a ogni uscita la vista ci dà la carica per rimetterci in marcia e andare avanti. Dobbiamo sbrigarci, a Dushanbe c’è molto da fare. Chiediamo a Bianchina uno sforzo maggiore e lei ci accontenta. Sembra impazzita, una tenuta di strada perfetta, evita buche che avrebbero messo in seria difficoltà le sospensioni e arriviamo a destinazione alle 4 del pomeriggio. Banche tutte chiuse, hotel economici difficili da trovare. Prendiamo una viuzza del centro cittadino e ne vediamo più di uno. I primi due, 120 e 130 dollari a notte, il terzo uguale, ma mostrandoci il listino prezzi vediamo 60 dollari. Domandiamo se è il prezzo di una stanza e lui ci dice: ”Room Downstairs”, lo scantinato.

Andiamo a vedere la stanza, senza finestre, e con odore di umido, ma nel complesso non va male. Il WiFi non prende e contrattiamo. Gli chiediamo di scendere a cinquanta. O sessanta o niente, è la risposta - "Non troverete mai niente di più economico a  Dushanbe". D'altronde non abbiamo neanche i soldi per pagare, come possiamo contrattare... ci assicuriamo che la colazione sia inclusa, gli diciamo che gli avremmo lasciato i passaporti come cauzione e che avremmo pagato il giorno dopo, cercando di lasciare aperta una porta per la contrattazione. L'obiettivo è quello di scendere a cinquanta! E adesso per mangiare? "Al quinto piano c’è un ristorantino - ci dice il nostro albergatore - se volete potete mangiare lì e poi vi carico il conto nella stanza". Ha capito dal rumore del nostro stomaco che abbiamo una fame da lupi. Si va a cena, anche la cameriera si accorge che è un po' che non mangiamo, tanto che ci porta il pane a tavola per quattro volte.

Finalmente un letto. Un'altra grande giornata è passata. Ora dobbiamo organizzarci per il Pamir, considerata l’autostrada più alta del mondo. Si dice sia un percorso unico al mondo e  uno tra i paesaggi più suggestivi, con i suoi 726 chilometri da percorrere in 2 giorni di viaggio. Domani lo vedremo di persona e al nostro arrivo ad Osh, in Kirghizistan, vi racconteremo com’è andata.

Dopo aver visitato Novi Sad e Belgrado, la nostra lunga strada verso la Thailandia ci conduce a Nis, una città particolare e assolutamente differente dalle altre che abbiamo visitato finora. Fin dal primo sguardo, ci si rende conto di come Nis abbia un modo di vivere tutto suo. Una sensazione che ci è stata confermata anche da Marco, la nostra ultima guida in questo intenso viaggio in Serbia

È proprio Marco, infatti, a spiegarci come Nis sia una città differente dalle altre. Così, inizia a raccontarci la storia della terza città più grande della Serbia. La fortezza di Nis fu costruita nel 1809 ed è tuttora un posto pieno di storia e di cose interessanti da vedere. La nostra curiosità si concentra sul racconto della vicenda della torre realizzata con teschi umani che si trova poco distante. La cosiddetta Skull Tower è una torre alta 4 metri e mezzo, costruita dai Turchi dopo una dura battaglia durante la quale i Serbi tentarono di liberare il paese e la città di Nis. Stiamo parlando dell’inizio del diciannovesimo secolo, più precisamente del 1805.

Tutto ebbe inizio con il valoroso atto eroico compito dal comandante delle truppe serbe, Stevan Sindjelic, che con circa 3.000 soldati al suo fianco combatté contro 36 mila Turchi, uccidendone dieci mila. Il comandante turco, per vendicarsi dell'affronto subito, ordinò di tagliare le teste dei soldati serbi caduti in battaglia e fece costruire la terribile torre, composta da 952 teste la cui pelle fu rimossa e spedita a Istanbul come simbolo di vittoria e di vendetta. La torre aveva lo scopo di spaventare i serbi cristiani per evitare future ribellioni. Della costruzione iniziale, oggi sono rimasti 58 teschi, e la torre mostra ancora oggi cosa significhi per questo popolo aver voluto combattere per conquistare la libertà. Come ci spiega Marco, è sempre importante far capire alle persone la storia di Nis e quello a cui gli abitanti di questa città hanno dovuto far fronte, anche a due secoli di distanza.

 

 

 

La nostra visita a Nis continua con il campo di concentramento, costruito nell'aprile del 1941, nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Inutile ripercorrere la storia della più grande tragedia del Novecento; Marco ci racconta che nel 1944 furono anche portati degli italiani per dissotterrare i cadaveri dei Serbi uccisi con il fuoco per cancellare ogni prova. Anche quegli italiani subito la stessa sorte. È sempre la nostra guida a darci finalmente una bella notizia: il 12 febbraio 1942 ci fu il successo della prima fuga, quando 105 persone, saltando le recinzioni, riuscirono a mettersi in salvo. Dobbiamo ammettere che a sentire questa ultima parte del racconto, ci è venuto quasi spontaneo esultare. 

Ora, però, il nostro tempo in Serbia è davvero scaduto. Dopo aver salutato e ringraziato Marco per l'ennesima volta, dobbiamo rimetterci in viaggio. Il motore di Bianchina sembra contento. "Sognando la Thailandia" procede a tappe forzate ... si va verso la Bulgaria!

Ci svegliamo alle 6 del mattino e andiamo alla stazione dei treni. Ci hanno detto che i biglietti sono tutti venduti ma vale la pena provare. Ancora non sappiamo cosa ci aspetta. Purtroppo anche se siamo in Kashgar, tutta la Cina funziona con l’orario di Pechino. Non avendo calcolato bene il fuso perdiamo il treno delle 8. È stata una fortuna: avremmo pagato meno ma ci avremmo messo 56 ore. Aspettiamo dunque le 2 del pomeriggio e saliamo sul treno veloce per Urumqui, 189 Yen per 26 ore di viaggio nel vagone Hard Seat, il più economico.

Sin dalla partenza il treno è strapieno, non solo tutti i sedili sono occupati, ma molte persone sono in piedi e girovagano da un posto a un altro, cercando qualcuno libero, anche per poco. Accalcati riusciamo nel nostro piccolo a ricavarci due posti uno davanti all’altro e tra due chiacchiere e partitone a carte il pomeriggio passa senza problemi. Arriva l’ora della cena e ci prepariamo le nostre “zuppe”. Praticamente tutti mangiano nelle stesse scatolette, vogliamo usare i servizi, ma rinunciamo a dieci metri di distanza. Meglio resistere. Per dormire un incubo; nei sedili non possiamo neanche distendere le gambe, prendere sonno è impossibile. Per far dormire almeno uno di noi due, non vi diciamo chi però, l'altro decide di sdraiarsi per terra vicino ad altra gente che ha avuto la stessa idea. Verso le tre del mattino aprendo gli occhi si è ritrovato un piede sul petto con il calzino bucato, non si può fare altro che girarsi dall’altra parte e riprovare a prender sonno. È davvero una notte da incubo. Al risveglio notiamo che il treno rallenta e molta gente scende liberando qualche posto nel nostro vagone, ne approfittiamo subito per allungarci e recuperare qualche ora di sonno. Arriviamo ad Urumqui alle 3 del pomeriggio, abbiamo il tempo di fare la stessa spesa, ossia carne essiccata, zuppe istantanee, acqua e qualche merendina, e andiamo di nuovo alla stazione. Il treno per Pechino riparte alle 5 del pomeriggio, 317 Yen per 42 ore di viaggio, sempre nel vagone Hard Seat.

Mentre aspettiamo siamo assaliti da un gruppo di ragazzi che ci chiedono se vogliamo fare delle foto insieme. Per fortuna è arrivato il nostro treno, altrimenti avremmo dovuto far foto con tutti i giovani di Urumqui. Il treno stavolta è in migliori condizioni, non è molto affollato, i servizi sono molto più puliti e tutti sono molto più cordiali. Se resta così, è una favola! Dopo cena ci mettiamo a dormire distendendoci sui sedili non occupati ma a un certo punto il treno si ferma, noi ci svegliamo, mezza Cina comincia a salire. Qualcosa di indescrivibile, il treno diventa strapieno, nei vagoni c’è ora gente che dorme da tutte le parti, non ci si può neanche muovere, anche dormire per terra è impossibile perché ogni angolo è occupato e tra i sedili c'è un incrocio mai visto di braccia e di gambe. Ci troviamo braccia intorno al collo, teste appoggiate sulle spalle... di tutto. Ci adeguiamo e facciamo lo stesso: per loro sembra naturale, un'ammucchiata di gente, tutti uno sopra l'altro. A ogni fermata scendono 10 persone e ne salgono 100. Al nostro risveglio tutti ci sorridono e parlano con noi. Noi abbiamo due risposte standard: Italia, quando pensiamo che ci stiano chiedendo da dove veniamo, o Pechino, se pensiamo che ci stiano chiedendo la nostra destinazione. Loro tranquillamente continuano a parlarci come se capissimo qualcosa di quello che dicono. Poi tutti insieme ridono e noi sempre con le nostre risposte, Italia o Pechino, tutto il giorno così. Siamo diventati amici ma non conosciamo i loro nomi e loro non conoscono i nostri.

 

 

 

La seconda notte va anche peggio perché avendo preso confidenza durante il giorno neanche si pongono il problema nell’avvicinarsi, si distendono tranquillamente su di te e ti guardano come per dire … Buonanotte! Stavolta però abbiamo uno stratagemma e funziona alla grande. Gomiti alti, ginocchia in avanti e piccole convulsioni durante il finto sonno per fare in modo che si allontanino per paura di essere colpiti. Così riusciamo ad allungare almeno le gambe anche se dopo poche ore tutto torna al caos della notte scorsa. Un tragitto interminabile, 68 ore di viaggio. Voi starete pensando al nostro mal di schiena ... No, è un "mal di tutto"! Alla fine, però, il peggio sono le zuppe, gustose le prime e “tossiche” le altre. Per il bagno c’era sempre una fila chilometrica e quando arrivava il turno, spesso si è costretti a cambiare idea. Quando, alle 10 del mattino, scendiamo dal treno tutti ci hanno voluto salutare personalmente. In fondo come noi anche loro, per risparmiare, hanno sofferto l'inferno del viaggio nel vagone Hard Seat!

Nonostante tutto, però, è stata una bella esperienza. Non capita tutti i giorni di percorrere 4.000 chilometri in treno con gente che neanche conosci e alla fine del viaggio sentirli come persone che conosci da una vita. Sulla piattaforma ci guardsiamo e ridendo ci diciamo, quasi in coro: "Ora andiamo in Hotel, qui in Cina per fortuna siamo ospiti di Chiariva e ci aspetta un letto da favola!". Finalmente!

Si riparte dall'Ungheria verso le 4 del pomeriggio. Alle spalle ci lasciamo un gran paese e speriamo di tornarci presto per rivivere momenti indimenticabili. Ora però abbiamo un impegno: ci aspetta la Serbia! La nostra Bianchina è pronta, non vede l'ora di essere rimessa in moto. Dopo 3 ore di viaggio attraversiamo il confine Ungaro-Serbo e, come di consueto, ci facciamo la foto sul cartello stradale di confine. Stavolta siamo fortunati, in dogana nessuno ci controlla, anzi ci fanno entrare con la loro benedizione. E facciamo rotta su Novi Sad, capitale della Vojvodina, dove dall'11 al 14 luglio si svolgerà l'Exit Festival all'interno della Fortezza di Petrovardin (ma noi purtroppo non ci saremo!).

Arriviamo all'Hotel Centar di Novi Sad alle 19 e 40. Abbiamo solo il tempo di andare in camera (e che camera, anzi due camere, una ciascuno), posare gli zaini e scenderee nella hall per l’appuntamento con la nostra guida. Nebojsa e suo fratello Stanislav ci stavano aspettando. Ci hanno prima portato a visitare le sponde del Danubio e ci hanno raccontato un po' la storia degli ultimi 15 anni. Quello serbo è un popolo che ne ha viste di brutte, ma che ogni volta ha saputo reagire e ricominciare da capo con risultati sempre migliori. Le rive del fiume sono piene di locali e noi ci fermiamo in uno di questi, molto caratteristico. Detto fatto, si ricomincia a mangiare: piatto di salumi, seguito da zuppe di pesce e da un vassoio con pesce tipico del posto.

 

 

La giornata doveva sarebbe dovuta finire così, prendendo gli accordi per la quella successiva. Ma come per incanto, nel ristorante troviamo una festa di due laureandi. Saremmo dovuti andare con le nostre guide a visitare la Cattedrale di notte ma vista la situazione ci hanno augurato una buona serata... Naturalmente è pieno di belle ragazze, ci hanno coinvolto e abbiamo fatto amicizia con tutti: balli, canti, brindisi... Era tutta una gran festa. Si sono fatte le 2 del mattino e ci hanno invitato a casa loro, poco distante dal ristorante, dove la festa è continuata fino all'alba...

Bottiglie di Whisky, di Rakia, birre fredde escono dal frigo come se ci fosse stato un birrificio all'interno, si inventano balli e si cantano canzoni per la maggior parte in italiano, visto che il padrone di casa aveva vissuto per qualche anno nel nostro paese. Non possiamo dirvi da parte di chi, ma la scintilla è scattata. Mi sono innamorato completamente di una ragazza del posto. Dire che è bellissima è dire poco... diciamo che ci siamo spalleggiati a vicenda per farla scoccare, la scintilla!

 

 

Purtroppo il tempo non gioca a nostro favore. Ci salutiamo con la promessa di rincontrarci di nuovo, ma domani noi partiamo per Belgrado. Chissà, stiamo intensamente pensando di cambiare programma e rimanere un paio di mesi in questa splendida città... È questo il bello del viaggio, che le cose possono cambiare di giorno in giorno. Chissà se sarà possibile... Intanto vi auguriamo una buonanotte e a domani con le news da Novi Sad.

È il nostro ultimo giorno a Varna e il nostro ultimo giorno in Bulgaria (dove, dobbiamo ammetterlo, ci siamo divertiti parecchio!). Prima di ripartire, però, stiamo aspettando la cosa più importante del nostro viaggio: i nostri passaporti! Quando ce li hanno consegnati li abbiamo alzati in aria come si alza una coppa del mondo! E con tutta la gioia di quando la si vince, li abbiamo controllati: tutti i visti erano lì, con le giuste date di entrata e di uscita per ogni paese fino alla Thailandia!

Rimaniamo a Varna, la stanza è già pagata ed è troppo tardi per arrivare in Turchia. Tra i chilometri da fare e il tempo che avremmo perso alla dogana saremmo arrivati a notte inoltrata. Data anche la situazione in Turchia in questo momento e i disordini che la stanno attraversando, abbiamo preferito partire con calma e arrivare lì a un orario più accettabile. Visto che, però, ci troviamo ... tanto vale concedersi una una giornata di relax al mare!

Il sole è cocente e vediamo a occhio nudo che la nostra pelle sta piano piano cambiando colore. Ci stiamo abbronzando! Alle 4 del pomeriggio, quando il sole era ancora alto in cielo, siamo dovuti scappare via, non resistevamo più. Anche oggi non è mancata la classica partita a Beach Volley Italia vs. Bulgaria! Questa volta, stranamente, abbiamo vinto ma non abbiamo le prove. I ragazzi contro cui abbiamo giocato, infatti, hanno preferito non farsi riprendere e quindi non possiamo documentarvi la nostra "sensazionale" vittoria! Non importa, il viaggio è ancora lungo e avremo la possibilità di cimentarci in altri sport. Promettiamo solennemente che vi mostreremo tutto, a prescindere da quale sarà il risultato. Tanto, come avrete capito, ci capita di perdere spesso e volentieri.

Ringalluzziti dalla vittoria, siamo tornati in stanza per una doccia veloce e poi, via, a passeggiare sul corso principale di Varna. La nostra attenzione è stata catturata da un giocoliere, super bravo; ha cominciato a lanciare 3, poi 4, 5, 6,  ben 7 pallette in aria e con velocità incredibile le faceva volteggiare simmetricamente tra loro e poi cambiando giro, tanto che non si capiva bene neanche quante palline fossero in tutto. Dopo poco ha fatto lo stesso con i birilli, ben 5 contemporaneamente, sbizzarrendosi con evoluzioni sempre più eclatanti. Davvero un fenomeno!

Visto che siamo abitudinari anche mentre giriamo il mondo, siamo andati a cena al nostro solito posto, dove in pochi giorni siamo diventati clienti fissi. Quando abbiamo detto alle cameriere che saremmo partiti, c'è stato un "Noooooo" generale. Tutti dispiaciuti! E anche noi lo siamo. Sentimenti a parte, si mangiava benissimo! Comunque cena e a letto presto, domani c'è una giornata di viaggio. La nostra prossima tappa ci aspetta!

Un altro treno, altre 16 ore di viaggio per arrivare a Chengdu. Stiamo attraversando la Cina, questo immenso paese, su due binari, da Sud Ovest a Nord Est. Il paesaggio cambia lentamente su queste lande sconfinate, ore e ore di treno per raggiungere la capitale nel Nord Est e poi giù, passando per città, metropoli... E ancora non è finita, ci mancano le ultime 36 ore di viaggio per raggiungere la dogana della nostra quattordicesima tappa, il Vietnam.

Arriviamo a Chengdu a mezzogiorno, il viaggio in treno è stato una passeggiata, ormai siamo abituati a tappe molto più lunghe. Chiediamo indicazioni per il nostro Hotel, lo Yinhe Dynasty Hotel dove ci riposeremo grazie a Chiariva, e come al solito all’inizio abbiamo qualche difficoltà a raggiungerlo. Alla fine preò riusciamo a trovare qualche buona anima che ci indica l'autobus da prendere. L’Hotel è bello e centrale, mangiamo in un self service non molto distante, proviamo più piatti e confermiamo la bontà del cibo, totalmente diverso da quello che siamo abituati a mangiare in Italia. Qui i "famosi" spring roll neanche li inseriscono sui menù.

La città è immensa, 13 milioni di abitanti, ed è la quinta città più popolata del paese. Decidiamo di fare un giro senza seguire mappe, alla scoperta della città. Incontriamo tanti mercatini che come al solito vendono di tutto, vogliamo contrattare per due bracciali fatti con vecchie monete con il buco al centro, facciamo del nostro meglio per abbassare il prezzo. Sono partiti troppo alti, evidentemente non è la nostra giornata per fare acquisti e poi sanno che sicuramente dopo pochi minuti passerà un altro turista pronto a spendere qualche dollaro in più. Dopo aver percorso uno stradone lunghissimo arriviamo alle mura, cerchiamo l’entrata, marcata da un possente cancello rosso. L'iscrizione all'esterno dice "Wenshu Temple": casualmente abbiamo trovato il più grande e meglio preservato tempio Buddhista.

C’è un grande giardino all’interno con piccoli laghetti, uno è pieno di pesci dai mille colori, l’altro è chiamato Lago delle tartarughe e ne ospita tantissime e delle dimensioni più varie; quelle piccoline sono troppo forti, appena ci avviciniamo al bordo scappano subito in acqua, muovendo le loro piccole zampette. Quelle più grandi invece neanche si preoccupano della nostra presenza. Intorno ci sono vecchie costruzioni, alcune di esse ancora rendono bene i tempi di loro splendore. In una c'è una piccola biblioteca, i libri sono ben rilegati e molto curati. Due ragazze ci osservano e noi, per darci delle arie, iniziamo a sfogliarne qualcuno mostrando interesse per quelle pagine piene di caratteri per noi indecifrabili. Loro, le ragazze, sono cinesi e c'è il rischio che ci possano chiedere qualcosa, visto che siamo gli unici occidentali nella stanza. Meglio tagliare la corda ed evitare brutte figure!

Si sta facendo sera, dobbiamo ancora prendere tutte le informazioni necessarie per la visita di domani alla Riserva dei Panda e un po' di stanchezza comincia a farsi sentire. Torniamo in Hotel; il ragazzo della reception, molto gentilmente, ci spiega come raggiungerla con i mezzi pubblici. Ci dice anche che di solito tutti prendono un taxi, ma ha capito che non siamo “semplici turisti” (saranno stati gli zaini?). Anche a lui piace viaggiare e come un vero Backpacker ha girato tutto il paese. Ci buttiamo al letto, felici al solo pensiero di abbracciare the Big Bear-cat, in cinese Dà Xiòngmao.

Bye bye Tblisi. Ci siamo fermati poco in Georgia e siamo pronti per la prossima destinazione: Baku, Azerbaigian. Partiamo a mezzogiorno, 600 chilomeitri da fare, orario d’arrivo previsto alle 8 di sera. Abbiamo già la prenotazione alberghiera, ci è servita per farci concedere il visto, ottimo hotel al centro, finalmente una destinazione semplice. Stavolta non dovrebbe esserci nessun problema. Dovrebbe ...

Dopo poco più di un'ora arriviamo alla frontiera. Tutti cordiali e disponibili, ci chiedono i documenti e noi, preparatissimi, glieli mostriamo. Tutto sembra (sembra) andare per il meglio ma il disastro è dietro l'angolo. Una sventura difficile anche da immaginare o forse soltanto una sfiga incredibile. I nostri documenti sono OK, il nostro visto è di 8 giorni più lungo di quello che ci serve. Ma la macchina no. E per far sì che anche la macchina abbia la stessa durata del nostro visto bisogna lasciare un deposito. Abbiamo chiesto quanto e la risposta non ci è piaciuta: 4.800 dollari! Neanche unendo i nostri risparmi di una vita arriviamo a questa cifra. Per fortuna un'alternativa c'è. Possiamo ottenere un visto di transito per Bianchina, della durata di 72 ore, con il quale attraversare il paese e raggiungerne un altro, senza poter tornare indietro. Il nostro programma di tornare in Georgia per entrare in Russia è saltato.

È l'unica alternativa (a parte i 4.800 dollari) e non possiamo fare altro che accettare. Nel frattempo, sono le tre del pomeriggio. Il programma semplice semplice dell'inizio sta andando a frasi benedire. Comunque vada, entriamo nel nostro settimo stato, l'Azerbaigian, dopo aver pagato 52 dollari tra assicurazione e tassa statale. Strano, ma tutto con ricevuta. Siamo sulla strada buona, una strada larga e lunga. La velocità di crociera è di 90 km/h e il peggio sembra (sembra) essere passato. Neanche cinque chilometri e vediamo un flash. Sappiamo già cosa sta per succedere ma siamo tranquilli. Il limite di velocità non può essere inferiore alla nostra velocità. Due minuti dopo un posto di blocco; ci fanno scendere e senza dire nulla ci mostrano una foto con le nostre facce sorridenti. Il limite è di 50 km/h e noi andavamo a 95. Ecco, appunto! Chiediamo quanto dobbiamo pagare per la multa e ci dicono che si tratta di 250 manet, l'equivalente di 250 euro.

Abbiamo sorriso. Noi quei soldi non li abbiamo. Per tutta risposta, ci mostrano uno sportello bancomat all'interno della stazione. E noi, tranquilli, "Non li abbiamo neanche nella carta di credito". Stavolta la risposta è stata meno accomodante: "Allora avete un grosso problema". Non abbiamo molte alternative: o lasciamo qui la patente internazionale, cerchiamo i soldi, torniamo indietro, paghiamo e riprendiamo la patente oppure proviamo a trattare. La prima opzione non è percorribile per una serie di motivi: non possiamo tornare indietro e non vogliamo pagare la multa. E così, ha inizio la contrattazione. Un'ora e 25 minuti di conversazione in russo, senza neanche una parola in inglese, abbiamo inventato e fatto qualsiasi cosa ci sia venuta in mente: false chiamate al telefonino, ricerche senza fine negli zaini per dimostrare che non abbiamo soldi. Abbiamo fatto vedere loro i portafogli con banconote dei paesi già attraversati e con carte di credito scadute. A questo proposito, vi diamo un consiglio: quello è solo uno dei portafogli che abbiamo con noi, quello vuoto che ci serve per eventuali ladruncoli. Nella maggior parte dei casi, vedendolo si accontentano senza scavare oltre nello zaino e non trovano trovare quello "vero". Ma torniamo alla contrattazione. Dopo un'ora e passa, alla fine hanno commesso il passo sbagliato: hanno cominciato ad abbassare il prezzo. Noi abbiamo capito che si poteva fare e dopo battute e risate ce la siamo cavata con strette di mano, qualche euro che avevamo in tasca e una bottiglia di ottimo vino Ungherese (per quest'ultima ci è veramente dispiaciuto). Comunque è andata, e siamo di nuovo in viaggio!

Passano cinquanta chilometri e la storia si ripete. Altro flash e altro posto di blocco. Scendiamo subito e gli diciamo che non abbiamo soldi né carte di credito. E che l'unica bottiglia di vino era già stata presa dai colleghi. Bastava chiamarli. E loro lo fanno. Dopo la telefonata, siamo di nuovi in pista. Al terzo posto di blocco non scendiamo neppure e risolviamo la situazione dal finestrino, che ormai resterà aperto fino al nostro arrivo dopo i problemi avuti nei giorni scorsi. Il nostro programma di viaggio è completamente saltato, si fa notte e fulmini e tuoni invadono il cielo. Un tremendo acquazzone si abbatte su noi e su Bianchina. La strada è impraticabile, non riusciamo neppure a vedere i bordi della strada ma forse è una fortuna. Guidare da queste parti è a pazzi. Andare fuoristrada significa ritrovarsi quasi in un altro stato, le macchine vengono contromano senza alcun problema, i TIR si infilano in ogni agolo. Una situazione paradossale. E i cartelli!? Ne abbiamo avvistato uno che diceva "280 km. per Baku" e dopo dieci minuti un altro che ne mostrava 310 per l'arrivo in città. Anche entrare a Baku non è stato semplice. L'uscita è introvabile, per non parlare dell'albergo, perso in una stradina. Non ci spieghiamo come si possa aprire un hotel in un posto introvabile. Ci facciamo forza, parcheggiamo e lo cerchiamo a piedi, ridendo per l'assurdità della giornata. Troviamo l'albergo e andiamo a dormire. Sono le 4 del mattino, siamo arrivati otto ore più tardi di quanto avevamo previsto. Ma domani ci aspetta la visita di Baku, Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

Ungheria

22 Mag 2013

L'Ufficio Turistico Ungherese in Italia opera nella sede di Milano e ha la missione di fornire informazioni turistiche dettagliate al pubblico, agli operatori del settore e ai media, promuovendo il flusso turistico italiano, individuale e organizzato, verso l'Ungheria. A tale scopo, la rappresentanza italiana partecipa a fiere di settore destinate al pubblico e agli operatori del settore, organizza specifici eventi focalizzati su singoli prodotti o sulla destinazione e distribuisce il proprio materiale informativo. 

Con un territorio di dimensioni contenute e uno straordinario patrimonio naturalistico, storico e culturale, l’Ungheria si lascia visitare comodamente in ogni suo angolo anche con un viaggio di breve durata, sorprendendo ovunque con tesori di sicuro fascino. Godibili terme e straordinari musei, antiche strade del vino e leggendarie regioni storiche come la puszta fanno dell’Ungheria la meta sicura di un viaggio piacevole ed alla portata di tutte le tasche. La perla, si sa, è Budapest. Unica per la sua maestosa scenografia, dominata dall’azzurro Danubio, offre, tanto sull’antico colle del Castello di Buda quanto tra i vivaci quartieri della moderna Pest, innumerevoli appuntamenti con la bellezza, la cultura, il relax

Siamo a Samarcanda e la città ci sta già facendo innamorare. Il viaggio però è stato più complesso di come ce lo aspettavamo (tanto per cambiare!). Siamo rimasti a Nukus e da lì riprendiamo il nostro racconto. Il 2 luglio, martedì, continua il nostro giro tra le banche: prima Osaka Bank, strisciamo le nostre carte per un totale di 250 dollari. Ma il cash bisogna ritirarlo nell’altra filiale. La troviamo dopo mezz’ora di macchina, ritiriamo i soldi ma il cambio non è conveniente, un dollaro a 2.082 som.

Andiamo allora nelle vicinanze del Bazar, dove si trovano facilmente uomini con facce un po' losche che ti cambiano un dollaro a 2.666 som, tutte con banconote da mille, un totale di 665.000 som. Non è un pacco di soldi, ma una busta piena di banconote, che infiliamo sotto la maglietta per tornare all'albergo e pagare la stanza. Carichiamo tutto in macchina. Ora bisogna trovare un benzinaio. Impossibile e poi l'unico che può avere il diesel lo vende a 3.750 som al litro (quasi un euro e quaranta centesimi). Troppo. Dopo varie peripezie entriamo in casa di un signore del posto che ci vende 55 litri ad 2.600 som al litro (poco meno di un euro). Un bel risparmio. Ora siamo pronti per ripartire: destinazione Samarcanda.

Prima sosta a Bukhara dopo aver percorso 535 chilometri. Arriviamo verso sera, è sempre martedì, e decidiamo di fermarci per cena nella piazza principale, nel cuore della città vecchia (Shakhristan). Nel centro c’è una grande vasca, si chiama Labi-hauz, dove bimbi e ragazzi fanno il bagno e dove i più grandi azzardano tuffi arrampicandosi sugli alberi e gettandosi da 7/8 metri. Tutto questo in pieno centro. Ci fermiamo in un ristorantino adiacente alla vasca, i prezzi sono abbastanza cari per il nostro budget, ma ci piace l’atmosfera e incredibilmente riusciamo a barattare anche sulla cena. Il proprietario si è messo a ridere, ma alla fine ci ha stretto la mano e ha accettato la nostra offerta: 2 piatti di riso con verdure e una bottiglia d’acqua per 7 dollari. Secondo noi, ha accettato solo per avere due turisti seduti al suo ristorante.

Bukhara è considerata la città più sacra dell’Asia Centrale con edifici millenari, un centro storico tuttora abitato e parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO. Ci saremmo dovuti fermare ma abbiamo solo fatto un giro tra madrase e monumenti dopo cena. Purtroppo i 3 giorni a Nukus, non previsti alla partenza, hanno rovinato la nostra tabella di marcia. Così verso mezzanotte ci rimettiamo in marcia per Samarcanda, 260 chilometri ci dividono da lei. Vi diciamo subito che non ce l'abbiamo fatta. Ci fermiamo dopo un'ora di macchina per riposarci, per due volte andiamo fuori strada per via dei colpi di sonno. Ci svegliamo che è ancora notte, un'altra ora di macchina, un'altra sosta e alle 8 del mattina arriviamo a Samarcanda!

Durante il tragitto Bianchina ha festeggiato i suoi primi 10.000 chilometri. Siamo ufficialmente a metà del viaggio. Trovare un posto economico per dormire non è semplicissimo, tutti gli hotel sparano doppie a non meno di 50 dollari. L’altra opzione è andare nelle case private dove per due letti e una cena si spendono 20 dollari a testa. Troviamo un signore disponibile a ospitarci ma solo per una notte, decliniamo l’offerta. Lui simpaticamente ci porta da un suo amico proprietario di un hotel, vicinissimo al centro storico, e ci aiuta a prendere una stanza per 30 dollari a notte. Accettiamo felici, doccia e subito a mangiare. Dopo pranzo cadiamo entrambi in un sonno profondo che ci accompagna fino alle 5 del pomeriggio, l'ora perfetta per uscire e visitare la splendida città che ci ospiterà per tre notti.

Il sole tramonta alle 9, non c'è fretta. Finalmente abbiamo un po' di tempo e dedichiamo il resto della giornata al complesso del Registan. Maestose e imponenti Madrase, una quasi esagerata quantità di maioliche, azzurri mosaici e giardini interni armoniosi e con pareti ristrutturate che emanano pura bellezza: il complesso del Registan è senza dubbio uno dei monumenti più straordinari dell’Asia Centrale. È composto da tre Madrase: la madrasa di Tillankari, rivestita in oro e completata nel 1660, la Madrasa di Sher Dor, ultimata nel 1636, il cui portale d'ingresso è decorato con due leoni (anche se assomigliano più a due tigri) e fu realizzato a dispetto della proibizione islamica di raffigurare animali viventi, e infine la Madrasa di Ulugbek, la più antica, portata a termine durante il periodo di Ulugbek nel 1420. Sul retro c'era una grande Moschea e all’interno aule per l’insegnamento di matematica, filosofia, astronomia e teologia. Tuttora si può vedere dove abitavano gli alunni.

Ogni edificio ha un ampio spazio interno, oggi pieno di negozietti che vendono souvenir e bibite ai turisti ma sempre rispettando la natura del posto. Ci sediamo per terra nel centro delle tre Madrase, siamo avvolti da colori che al riflesso del sole risaltano in tutta la loro lucentezza. Il nostro sguardo spazia tra i minareti, le cupole e le facciate frontali. Ci si sente davvero piccoli al loro cospetto. Rimaniamo fermi così per più di mezz’ora, affascinati dalla vista di un posto unico nella sua spettacolare bellezza. Ci aspettano tanti altri posti da visitare, ma già possiamo dire che Samarcanda ci ha fatto innamorare.

Ce l’abbiamo fatta. Il letto è stato appena sfiorato ed eccoci di nuovo all'interno della nostra Defender, pronti a percorrere 400 km. (grazie all'aiuto del Geosat 4xa AvMap, se no sai quante volte ci saremmo persi!). Non sappiamo come, ma siamo entrati nella nostra terza tappa dalla Croazia, eppure eravamo convinti di essere in Slovenia… misteri della vita!

Abbiamo viaggiato per 5 ore con finestrini completamente abbassati, musica a cannone e lattine di energizzanti, ma all'ora stabilita dalla nostra tabella di marcia, ci trovavamo a Héviz, dove Eva, la nostra guida, ci sta aspettando. Siamo in Ungheria… anche se con un piccolo ritardo, causa stop al controllo doganale e della polizia. Questa piccola cittadina con 6.000 abitanti è diventata una località molto turistica per via del Lago termale che dalla stessa città prende il nome. Il lago termale di Héviz è il più grande lago naturale termale del mondo, creatosi grazie alle attività vulcaniche. È un lago biologicamente attivo. La guida ci dà tutte le informazioni al riguardo: il lago si estende per più di 4 ettari, riceve l’acqua da due sorgenti, d’inverno l’acqua ha una temperatura di 20 gradi ma d’estate raggiunge i 35 gradi, il punto più profondo è di circa 35 metri. Una vacanza sul lago è molto consigliata a coloro che hanno malattie degli organi motori, osteoporosi o problemi alla colonna vertebrale o artrosi.

In quel momento, però, a noi interessava una cosa sola… metterci il costume ed entrare in acqua e così è stato. Il tepore dell’acqua ci ha dato un senso di relax perfetto, lì dentro sembrava che il tempo si fosse fermato, tra un bracciata e l’altra c’è scappata pure una pennichella, c’era un silenzio indescrivibile, una pace e una tranquillità che ti avvolgevano senza lasciarti più andare via. E noi ci siamo fatti catturare più che volentieri. Alla nostra uscita abbiamo incontrato un cantante di strada, che simpaticamente ci ha sorriso. Ci siamo avvicinati e una volta scoperto da dove veniamo, è partito con una canzone di Toto Cutugno, L’Italiano, e le nostre voci hanno accompagnato la sua in un trio che ha riscosso qualche successo tra i passanti.

Ci siamo fermati a mangiare a un ristorantino lì vicino, dove ci ha raggiunto Cristina Benko, direttore regionale dell'Ente del Turismo Ungherese, che ci farà compagnia nelle visite successive. Abbiamo ordinato un piatto locale, goulash con gnocchi di patate, una bontà unica e via di nuovo in macchina (che da oggi chiameremo la nostra bianchina). Prossima meta è il Castello di Keszthely, costruito dalla famiglia Festetics intorno al 1700: qualcosa di maestoso e architettonicamente grandioso, tutto in stile Barocco. All'interno c’è un museo di carrozze e qui scopriamo che la prima carrozza fu inventata a Kocsi, un paesino vicino al castello.

 

 

È giunta l’ora di visitare la Penisola di Tihany dove è situata l’Abbazia dei Benedettini, fondata nel 1055 da Andras il Primo, morto soli 5 anni dopo, la quale cripta è situata in una stanza nel retro della chiesa. Qui, appesa al muro, si trova anche la copia della lettera di fondazione. Le nostre guide ci raccontano alcuni particolari del posto, come la grande produzione di lavanda che si trova tutt'intorno l’Abbazia, le grotte vulcaniche dove una volta le monache vivevano e la particolarità della collina di Tihany dalla quale urlando si può sentire l’eco proveniente da circa 200 metri di distanza.

Stavolta la nostra bianchina ci porta sulle sponde del lago Balaton. La vista è spettacolare, dei colori così vivi che riprodurli sarebbe impossibile. Riparte di nuovo una miriade di informazioni, ma stavolta non facciamo fatica a connettere, memoria piena, è ora di cambiar scheda. Tra tutti i viaggi affrontati questo è senza dubbio il più ricco di cose da vedere, però è giunta l’ora di una piccola pausa e di una gran serata. Il sabato sera a Budapest dicono che sia devastante!