La prima dogana è stata passata. Alle 11 del mattino entriamo in territorio sloveno. Andiamo direttamente alle Grotte di San Canziano, dove la guida ci aspettava, pronta a mostrarci lo spettacolo. Un vero spettacolo della natura. La guida ci ha raccontato che le Grotte sono entrate a far parte del patrimonio naturale e culturale mondiale dell'UNESCO nel 1986 e che ora costituiscono il fenomeno ipogeo più importante sul Carso e della Slovenia.

Sono attraversate dal fiume Reka (che tra l’altro in Sloveno vuol dire proprio fiume). In passato è anche accaduto che la massa d’acqua del fiume sia diventata così imponente da ricoprire gran parte delle grotte tanto da farle chiudere per i turisti. In alcuni punti le grotte raggiungono i 160 metri di altezza e una larghezza di 120 metri. Nel tempo si sono formati stalattiti e stalagmiti di grandezze impressionanti. Una di queste ha cominciato a formarsi 360.000 anni fa. La chiamano the Orjak, il gigante. Dopo due ore di cammino tra grotte, cunicoli e scorci più che caratteristici, torniamo al punto di partenza, organizziamo una foto di gruppo e via di nuovo nella nostra Defender, destinazione, Porto Rose.

 

 

Appena arrivati ci siamo sistemati al Grande Hotel Porto Rose; la nostra camera ha una splendida vista sul porto. Giusto il tempo di posare gli zaini e siamo partiti per visitare questa splendida città marittima. Ci siamo fatti una passeggiata sul lungo mare e non sono mancati incontri interessanti con le persone del posto, che ci hanno dato tanti consigli sui posti e sui locali da visitare. Purtroppo, però, dovremo rimandare la nostra uscita a domani sera, in mattinata ci aspetta la visita al parco naturale delle Saline di Sicciole e dobbiamo essere lì molto molto presto. Speriamo bene!

Sveglia alle 5, colazione super mega abbondante e via diretti alla stazione degli autobus. C'è da spiegare che ci sono vari posti per visitare la Grande Muraglia Cinese, il più conosciuto e il più turistico è a Badaling, ed è anche il più semplice da raggiungere. Ci sono migliaia di minivan che organizzano il trasporto per questa destinazione ma se non si vuole incappare tra migliaia di turisti che scattano foto ed evitare di essere fermati dai proprietari dei negozi che vendono ogni specie di souvenirs, bisogna andare senza dubbio lungo il tratto di Muraglia che da Jinshànling arriva a Simatai.

È anch'esso conosciuto ma è molto meno turistico. Innanzitutto è a 110 chilometri da Pechino e poi il costo per il trasporto è di 400 rmb a persona più il biglietto d’entrata, altri 65 rmb. Questo a meno che non si faccia come noi, ossia: ci si dirige alla stazione Dongzhimen e si prende l’autobus per Mìyun (15 rmb); da qui l’autobus numero 25 per Gubeikou (9 rmb); poi la miglior cosa da fare è chiedere un passaggio per i restanti 11 chilometri fino ad arrivare all'entrata di una delle 7 meraviglie del mondo. Ci si impiega non meno di 3 ore, ma il risparmio è assicurato. Utilizziamo questa soluzione, arriviamo a destinazione e paghiamo l’entrata. Già in lontananza spicca qualche torretta, dopo 10 minuti di cammino appoggiamo il palmo della mano su quei mattoncini che una volta servivano a scoraggiare chiunque avesse voluto entrare nel territorio cinese. Pochi gradini e siamo sopra. Una sensazione di pace ci avvolge, una vista incredibile, una "strada" di mattoni che si arrampica su e giù  tra colline. Non si riesce a vedere la fine, restiamo intontini dalla grandezza e colpiti dalla bellezza; tutto intorno una paesaggio che rende la Muraglia ancora più affascinante. Non riusciamo a credere ai nostri occhi: ci troviamo sulla Grande Muraglia Cinese!

La prima costruzione cominciò più di 2.000 anni fa, durante la dinastia Qin, tra il 221 ed il 207 a.C. Fu eretta per tenere lontano chi aspirava a imprese di conquista. Richiese il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, per la maggior parte prigionieri politici, ma non funzionò molto bene come arma di difesa. Fu più volte distrutta, specialmente dagli attacchi Mongoli, e poco volte ricostruita. Una volta Genghis Khan disse: "La forza di un muro dipende dal coraggio di coloro che lo difendono”, frase accusatoria nei confronti dei cinese, ma d'altra parte era il loro nemico. In compenso la Grande Muraglia funzionò molto bene per il trasporto di merci e persone attraverso un territorio molto scosceso e per inviare messaggi di fumo alla capitale quando si avvistavano movimenti dei nemici. Cominciamo la nostra camminata, 10 chilometri per raggiungere Simatai, percorribili in 4 ore. L'illusione di una facile passeggiata ci abbandona subito dopo aver passato la prima torretta: ci si presenta una salita incredibile fatta di gradini alti quasi mezzo metro. Sono veramente tanti. Per lo più questa è una zona che non è stata rinnovata e i grandi non sono allineati, cosa che rende ancora più difficile la scatala. Raggiunta la vetta, arriviamo in un’altra torretta. Siamo abbastanza in alto ma decidiamo di salire all’ultimo piano del posto d’avanguardia, raggiungibile tramite una serie stretti gradini che cominciano all’interno della torretta stessa. Pochi secondi dopo ci accorgiamo di essere veramente in alto: si vede un’infinita distesa di mattoncini, smorzata ogni 150/200 metri da una torretta. Il muro non è poi così imponente, sarà alto 3/4 metri, ma ai suoi piedi c’è un dirupo che rendeva ogni attacco molto complicato.

 

 

Rimaniamo immobili per un po' di tempo, prima meditando su quello che poteva essere 2.000 anni fa e poi scattando una miriade di foto. Continuiamo la nostra marcia e ogni volta che ci fermiamo per riprendere fiato ci giriamo per ammirare la bellezza del tragitto appena percorso, facciamo uno stop a metà, giusto il tempo di mangiare qualche merendina e dar fondo a un paio di bottiglie d’acqua. Mancano ancora 4 chilometri quando ci accorgiamo che un cartello indica che non si può più continuare. La strada verso Simatai è interrotta causa ristrutturazione e una coppia di ragazzi ci conferma che poco più avanti ci sono dei militari più che contenti di dare 3000 rmb di multa a coloro che trasgrediscono alla regola. L’alternativa è tornare indietro di due torrette, intraprendere la discesa e raggiungere un parcheggio dove prendere un taxi. Taxi? No way! Ma è l’unica alternativa. Prima di scendere ci fermiamo 10 minuti ad osservare la Grande Muraglia per l’ultima volta; è stato un momento incredibile, ci abbiamo camminato per 6 chilometri e ricorderemo per sempre ogni passo.

Man mano che ci avviciniamo alla strada ci assalgono con prezzi atroci, chi chiede 400 rmb, chi ne vuole 500. Noi diciamo a tutti che non paghiamo meno di 1.000 a persona, qualcuno di loro ride capendo la presa in giro, altri invece ci credono e chi danno l'ok per 1.000. Ci allontaniamo dal caos e fumiamo una sigaretta. Un paio di loro ci raggiungono e ci dicono che per 200 rmb ci portano a Miyun. Gli spieghiamo che abbiamo già fatto quella stessa strada al contrario e che non siamo dispositi a pagare così tanto quando in autobus costa 9 rmb. Certo però che per raggiungere Gubeikou ci sono da fare 18 chilometri. O si va in taxi o si va a piedi. Come al solito, cominciamo la contrattazione. Partono da 120, concludiamo a 40 con in aggiunta i biglietti d’entrata che abbiamo usato. Non abbiamo capito perché li vogliano, ma ci tengono molto e noi ne approfittiamo per farci abbassare il prezzo.

Al ritorno la strada è la stessa ma per la stanchezza ci addormentiamo sull'autobus e ci svegliano una volta arrivati in città. Arriviamo in albergo in metropolitana e ci buttiamo a letto. Quella di domani sarà un'altra bella e dura giornata: la mattina andiamo a visitare la Città Proibita e alle 9 parte il treno per Xi-An; 13 ore di viaggio, una passeggiata. Visto che i posti a sedere erano terminati stavolta niente Hard seat, ma Standing Ticket… Ci aspettano 13 ore in piedi. Stavolta saremo noi a vagare da un posto all’altro.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Haifa in Israele ha rilevato delle impronte attorno ad alcune sepolture scoperte sul Monte Carmelo. Le impronte non sono né umane né animali, ma floreali. Com'è possibile? Si tratterebbe della più antica testimonianza della pratica di abbellire le tombe dei morti e di renderle un luogo sacro.

Le persone in lutto infatti, fin dall'antichità, delimitavano le sepolture dei loro cari con i fiori. In particolare è stata scoperta una tomba che conteneva i resti di due persone, un adulto e un adolescente. Da alcuni studi condotti, i due sono risultati appartenenti alla cultura nota come natufiana, una cultura mesolitica diffusa più di 12.000 anni fa in un’area che attualmente comprende Israele, Giordania, Libano e Siria.

 

 

I reperti suggeriscono inoltre che la tomba sia stata preparata con grande cura, e i fiori furono probabilmente scelti per il loro profumo e per il colore, perché i più belli. È addirittura probabile che ci sia stata una cerimonia funebre e che i defunti non siano semplicemente stati sepolti e lì lasciati. Il ritrovamento permette di riflettere su quanto le pratiche del passato abbiano dato vita a quelle moderne e su quanto la storia sia caratterizzata sempre dalla ciclicità, poiché si ripete continuamente e rimane il punto di riferimento costante anche quando le cose sembrano essere più diverse che mai.

Il sito del Monte Carmelo, dove è stato effettuato l'interessante ritrovamento, è normalmente aperto al pubblico. Al suo interno, tuttavia, continuano i lavori e gli scavi per fare luce su un fenomeno così antico e così moderno!

Siamo a Samarcanda e la città ci sta già facendo innamorare. Il viaggio però è stato più complesso di come ce lo aspettavamo (tanto per cambiare!). Siamo rimasti a Nukus e da lì riprendiamo il nostro racconto. Il 2 luglio, martedì, continua il nostro giro tra le banche: prima Osaka Bank, strisciamo le nostre carte per un totale di 250 dollari. Ma il cash bisogna ritirarlo nell’altra filiale. La troviamo dopo mezz’ora di macchina, ritiriamo i soldi ma il cambio non è conveniente, un dollaro a 2.082 som.

Andiamo allora nelle vicinanze del Bazar, dove si trovano facilmente uomini con facce un po' losche che ti cambiano un dollaro a 2.666 som, tutte con banconote da mille, un totale di 665.000 som. Non è un pacco di soldi, ma una busta piena di banconote, che infiliamo sotto la maglietta per tornare all'albergo e pagare la stanza. Carichiamo tutto in macchina. Ora bisogna trovare un benzinaio. Impossibile e poi l'unico che può avere il diesel lo vende a 3.750 som al litro (quasi un euro e quaranta centesimi). Troppo. Dopo varie peripezie entriamo in casa di un signore del posto che ci vende 55 litri ad 2.600 som al litro (poco meno di un euro). Un bel risparmio. Ora siamo pronti per ripartire: destinazione Samarcanda.

Prima sosta a Bukhara dopo aver percorso 535 chilometri. Arriviamo verso sera, è sempre martedì, e decidiamo di fermarci per cena nella piazza principale, nel cuore della città vecchia (Shakhristan). Nel centro c’è una grande vasca, si chiama Labi-hauz, dove bimbi e ragazzi fanno il bagno e dove i più grandi azzardano tuffi arrampicandosi sugli alberi e gettandosi da 7/8 metri. Tutto questo in pieno centro. Ci fermiamo in un ristorantino adiacente alla vasca, i prezzi sono abbastanza cari per il nostro budget, ma ci piace l’atmosfera e incredibilmente riusciamo a barattare anche sulla cena. Il proprietario si è messo a ridere, ma alla fine ci ha stretto la mano e ha accettato la nostra offerta: 2 piatti di riso con verdure e una bottiglia d’acqua per 7 dollari. Secondo noi, ha accettato solo per avere due turisti seduti al suo ristorante.

Bukhara è considerata la città più sacra dell’Asia Centrale con edifici millenari, un centro storico tuttora abitato e parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO. Ci saremmo dovuti fermare ma abbiamo solo fatto un giro tra madrase e monumenti dopo cena. Purtroppo i 3 giorni a Nukus, non previsti alla partenza, hanno rovinato la nostra tabella di marcia. Così verso mezzanotte ci rimettiamo in marcia per Samarcanda, 260 chilometri ci dividono da lei. Vi diciamo subito che non ce l'abbiamo fatta. Ci fermiamo dopo un'ora di macchina per riposarci, per due volte andiamo fuori strada per via dei colpi di sonno. Ci svegliamo che è ancora notte, un'altra ora di macchina, un'altra sosta e alle 8 del mattina arriviamo a Samarcanda!

Durante il tragitto Bianchina ha festeggiato i suoi primi 10.000 chilometri. Siamo ufficialmente a metà del viaggio. Trovare un posto economico per dormire non è semplicissimo, tutti gli hotel sparano doppie a non meno di 50 dollari. L’altra opzione è andare nelle case private dove per due letti e una cena si spendono 20 dollari a testa. Troviamo un signore disponibile a ospitarci ma solo per una notte, decliniamo l’offerta. Lui simpaticamente ci porta da un suo amico proprietario di un hotel, vicinissimo al centro storico, e ci aiuta a prendere una stanza per 30 dollari a notte. Accettiamo felici, doccia e subito a mangiare. Dopo pranzo cadiamo entrambi in un sonno profondo che ci accompagna fino alle 5 del pomeriggio, l'ora perfetta per uscire e visitare la splendida città che ci ospiterà per tre notti.

Il sole tramonta alle 9, non c'è fretta. Finalmente abbiamo un po' di tempo e dedichiamo il resto della giornata al complesso del Registan. Maestose e imponenti Madrase, una quasi esagerata quantità di maioliche, azzurri mosaici e giardini interni armoniosi e con pareti ristrutturate che emanano pura bellezza: il complesso del Registan è senza dubbio uno dei monumenti più straordinari dell’Asia Centrale. È composto da tre Madrase: la madrasa di Tillankari, rivestita in oro e completata nel 1660, la Madrasa di Sher Dor, ultimata nel 1636, il cui portale d'ingresso è decorato con due leoni (anche se assomigliano più a due tigri) e fu realizzato a dispetto della proibizione islamica di raffigurare animali viventi, e infine la Madrasa di Ulugbek, la più antica, portata a termine durante il periodo di Ulugbek nel 1420. Sul retro c'era una grande Moschea e all’interno aule per l’insegnamento di matematica, filosofia, astronomia e teologia. Tuttora si può vedere dove abitavano gli alunni.

Ogni edificio ha un ampio spazio interno, oggi pieno di negozietti che vendono souvenir e bibite ai turisti ma sempre rispettando la natura del posto. Ci sediamo per terra nel centro delle tre Madrase, siamo avvolti da colori che al riflesso del sole risaltano in tutta la loro lucentezza. Il nostro sguardo spazia tra i minareti, le cupole e le facciate frontali. Ci si sente davvero piccoli al loro cospetto. Rimaniamo fermi così per più di mezz’ora, affascinati dalla vista di un posto unico nella sua spettacolare bellezza. Ci aspettano tanti altri posti da visitare, ma già possiamo dire che Samarcanda ci ha fatto innamorare.

Alle 10:30 siamo partiti in autobus: 7 ore di viaggio al prezzo di 279 baht dalla stazione numero 2 di Sukhothai, destinazione Ayuthaya. Arriviamo alle 5, l’autobus ci lascia nel bel mezzo di una superstrada distante 8 km dal centro città. Un tuc-tuc passa e ci chiede se vogliamo un passaggio per 100 baht a persona. Abbiamo preferito optare per l’autostop e poco dopo un pick-up ci fa salire.

Facciamo il solito giro delle guesthouse: i prezzi si aggirano intorno ai 300/400 baht per una doppia. Stanchi di girare ci fermiamo a mangiare un piatto di riso e facciamo conoscenza con Mino, un ragazzo della Brianza “scozzese” (lavora come insegnante d’inglese). Ci facciamo dare qualche dritta sulla città: lui ci consiglia una guesthouse a poco prezzo, ma il proprietario del ristorante non la pensa allo stesso modo. Così Mino ci dice gentilmente che possiamo dormire a casa sua senza problemi, e a quel punto non ci resta che accettare con piacere.

La sera usciamo per mangiare qualcosa e dopo 2 ore ci ritroviamo a bere Whiskey Blend e soda ad un tavolo composto solo di thailandesi: non si fa in tempo a finire un bicchiere che te ne riempiono subito un altro! Abbiamo bevuto fino all’una del mattino, ora in cui siamo rientrati in casa (dove ci aspettava un super mega partitone a 351).

Il mattino seguente Mino va a lavoro e noi ci dirigiamo al centro storico, che è anche patrimonio Unesco. Cominciamo la nostra visita con il Wat Phra Mahathat, di cui ci colpiscono molto i Chedi costruiti con mattoncini rossi. Il paesaggio intorno è bellissimo e alcuni templi sono veramente ben conservati. La visita prosegue con il Wat Phanan Choeng, che all’interno contiene una statua di Buddha seduto alta 19 metri, e con il Wat Chai Wattanaram, dove si possono ammirare lunghe file di piccole statue dei Buddha senza le teste, così ridotti dopo l’attacco da parte dei Birmani.

Giriamo la città in lungo e in largo e all’ora di pranzo decidiamo di andare a mangiare al mercato galleggiante. Una Papaya Salad ci costa 30 baht, e noi la chiediamo piccante come dei veri thailandesi; e dopo poco la bocca ci va in fiamme! Proseguiamo la nostra camminata e ci addentriamo nella parte un po’ più turistica, dove le stradine sono piene di elefanti che trasportano turisti o persone del posto che tornano stanche dal lavoro sui campi. Ci sono poi recinti con caprette, struzzi, cammelli e una piccola caverna all’interno della quale vediamo una tigre seduta, con due zampe che mettono paura solo a guardarle. Ci invitano ad entrare per accarezzarla o per farci delle foto (poi avremmo potuto lasciare qualche baht come offerta). Naturalmente accettiamo: è come accarezzare un grosso micione, solo che quando si gira di scatto ti fa saltare come un grillo! Ci sembra però così mansueta che ci azzardiamo ad abbracciarla e ad appoggiarci sopra di lei, che rimane sempre tranquilla. Nonostante questo, ad ogni movimento sospetto la reazione è immediata: alzati ed allontanati!

Si sta facendo  sera  e decidiamo di rientrare a casa di Mino, ma ci siamo completamente persi: camminiamo  lungo il fiume e, buttando ogni tanto l’occhio nell’acqua, intravediamo un varano di 2 metri che si affaccia in superficie, che nuota tranquillo per una decina di metri e poi al nostro primo rumore ritorna sott’acqua. Poco dopo una piccola mandria di bufali affolla la piccola stradina: pochi sì, ma con le corna molto lunghe! Al nostro passaggio ci fanno strada e noi possiamo continuare tranquilli la nostra passeggiata.

Insomma, sembra di essere all’interno di una giungla dove animali che potrebbero diventare pericolosi se ne stanno tranquilli tra di noi. Abbiamo trovato questa città molto più selvaggia delle altre, in cui alla natura e agli animali viene lasciata più libertà.

Finalmente riusciamo nel nostro intento e arriviamo a casa, dove c’è già Mino che ci aspetta. Ci facciamo una doccia  e via a mangiare. Però stasera non si fa tardi, domani si riparte, destinazione Krabi: speriamo che i monsoni non ci perseguitino e che ci possiamo godere un po’ delle splendide spiagge thailandesi

 

E siamo ancora a Osh. Siamo bloccati in questa città. Stiamo provando in ogni modo di far entrare Bianchina in Cina. Sono cinque giorni che facciamo il possibile e l'impossibile, ma ci viene di nuovo il permesso di attraversare la quattordicesima dogana. Martedì avremo la risposta definitiva al nostro ultimo tentativo, poi dovremo prendere una decisione.

Nel frattempo non stiamo certo con le mani in mano e andiamo a visitare la Montagna di Sulayman, chiamata anche Trono di Salomone, che fa parte del Patrimonio dell’umanità dell'UNESCO dal 2009. C’è da fare una camminata di mezz’ora circa per raggiungere la sommità, ma noi prendiamo una scorciatoia andando per campi e arrampicandoci su qualche roccia. In quindici minuti siamo in vetta! Ormai la Montagna di Sulayman è un posto più che turistico ma un tempo era un famoso luogo di pellegrinaggio e si dice che lo stesso Maometto ci sia venuto a pregare. Dalla cima c’è una bella vista su tutta la città ma la cosa che ci fa stare meglio in questo momento è avere a disposizione una bottiglia di acqua fredda: anche se la camminata è stata corta, il sole è alto e c’è un caldo infernale.

Riscendiamo di corsa e ci dirigiamo al nostro hotel. Oggi è sabato 13 luglio. C’è l’inaugurazione della piscina ed è il compleanno di Nicola. Decidiamo di festeggiarlo in costume, con i piedi a mollo e in mano una bella birra ghiacciata. Ai bordi della piscina c’è gente e un gruppetto di ragazze russe appena arrivate. Sono in vacanza e le aspettano cinque giorni di scalate tra le montagne nei dintorni di Osh. In questi giorni, infatti, abbiamo scoperto che questa città è meta di molti scalatori e vi giuriamo che non potrebbero scegliere posto migliore e noi di montagne sì che ne abbiamo viste.

Tra un bagno, una birra e una risata, è ora di cena. Andiamo in un ristorantino non distante dall'hotel. Ottima cucina e prezzi incredibili, riusciamo sempre ad accontentare il nostro stomaco con non più di 6 dollari in due. Stavolta ci regaliamo qualche spesa extra per qualche birra in più, ma c'è pur sempre un compleanno da festeggiare! La notte è giovane e si cominciano i festeggiamenti, ma anche stavolta teniamo per noi dettagli. Sapete com'è, la privacy!?

Vi diciamo solo che il giorno dopo, domenica mattina, ci svegliamo tardi ma in forma, con l’idea di restare tutta la giornata in piscina e lasciare le preoccupazioni a lunedì. La giornata però è pessima, tuoni e fulmini riempiono il cielo, la pioggia scende inesorabile per tutto il giorno. Siamo costretti a rimanere in stanza, ci distruggiamo con un torneo di carte che non vedrà mai fine e prima di andare a dormire facciamo una preghierina per il buon esito del nostro ultimo tentativo. Vi teniamo aggiornati...

La notizia è di quelle preoccupanti, sul serio. Dopo le celebrazioni per il riconoscimento dello zibibbo come patrimonio dell'Umanità, infatti, l'UNESCO lancia l'allerta: la Sicilia potrebbe vedere alcuni dei suoi siti perdere l'ambito riconoscimento per la pessima gestione, economica e strutturale, delle ricchezze premiate.

L'allarme, rilanciato ieri sul Corriere della Sera dal giornalista Gian Antonio Stella, firma prestigiosa che spesso si è occupato dei cronici problemi italiani, dalla corruzione alla mala politica, riguarderebbe indistintamente i sette luoghi patrimonio dell'Umanità presenti nella regione insulare, ovvero: Isole Eolie, Villa del Casale di Piazza Armerina, Barocco della Val di Noto, area archeologica di Agrigento (link articolo qualità della vita), Vulcano Etna, centro storico di Siracusa e Necropoli di Pantalica, oltre allo stesso zibibbo.

 

 

Vale la pena notare che ben 7 (su un totale di 51) siti UNESCO siciliani, un record condiviso con Siria e Thailandia, che sono tuttavia stati interi, e dunque immaginiamo la ricchezza siciliana non sfruttata, e anzi lasciata abbandonata a sé stessa in maniera che si potrebbe definire "suicida". In particolare, l'editoriale di Stella fa luce su alcune situazioni critiche della Sicilia culturale, come la mancata apertura dei siti archeologici durante il fine settimana, quando l'afflusso turistico, interno ed esterno, è ovviamente maggiore rispetto ai giorni feriali, ma anche sulla mancanza di un piano turistico a livello regionale, dato che dei circa 78 milioni di viaggi compiuti complessivamente nell'arco di un anno in Italia, solo 6 milioni hanno come destinazione la Sicilia, a fronte dei 40 milioni del Veneto, sebbene la regione di Agrigento, Palermo e delle mille ricchezze naturali, culturali ed enogastronomiche sia una delle più appetibili dai turisti.

Cosa fare, dunque? Le soluzioni possibili sono molte, dalla riscrittura dei patti sindacali tra lavoratori del settore turistico ed istituzioni, ad una maggiore penetrazione dei servizi minimi essenziali financo al miglioramento dei mezzi di comunicazione che, salvo gli aeroporti, sono piuttosto carenti in tutto il Meridione. Soprattutto, però, si tratta di cambiare mentalità, alla Sicilia e all'Italia intera, per scoprire il vero valore potenziale del turismo, e dunque tutti gli effetti benefici che potrebbe avere sulla sofferente economia del Bel Paese.

 

Oggi è il nostro ultimo full day a Budapest. Dopo qualche giorno di riposo, la nostra Bianchina è lì che ci aspetta, pronta per essere messa in moto ed essere lanciata su altre strade. Ma ci sono ancora molte cose da vedere, e alle 9 cominciamo il nostro tour. Ci dirigiamo al centro storico di Buda, dichiarato patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1987. Qui l'appuntamento obbligato è quello con la visita al Palazzo reale, all'interno del quale si trovano la Biblioteca Nazionale, il Museo di Storia e la Galleria Nazionale

All'esterno c’è un’ampia piazza dove abbiamo ammirato la fontana di Re Mattia, il re più amato dagli Ungheresi, il quale regnò dal 1458 al 1490. La fontana rappresenta una scena di caccia. Su un alto pilastro c’è il leggendario uccello Turul, il quale mostrò il passo attraverso i Carpazi per la nuova Patria, e non molto distante il Palazzo che dal 2000 ospita il Presidente della Repubblica. Alle 12 abbiamo assistito anche al cambio della guardia: si tratta di un momento veramente suggestivo, durante il quale le guardie svolgono manovre anche complesse per 10 minuti con una sincronia spaventosa. Più che una manovra militare è ormai diventata un’attrazione turistica.

 

 

Continuando la nostra passeggiata tra le strade di Buda abbiamo visitato la chiesa di Re Mattia, costruita nel 1250, quando Adalberto il Quarto trasferì qui la capitale. In verità all'inizio la chiesa venne costruita in onore della vergine protettrice dell’Ungheria e prese il nome di re Mattia solo quando, nella metà del 1400, il re fece costruire il campanile ultimandone la costruzione. Per ultima ci siamo lasciati la visita al Bastione dei Pescatori, chiamato così per il mercato del pesce che si svolgeva nella piazza adiacente. Costruito alla fine del diciannovesimo secolo in occasione del millenario, si può ammirare la statua di Santo Stefano e le sette torri che rappresentano le sette tribù. Dopo tanto girare, si è fatta ora di pranzo e la nostra mitica guida ci ha portato in un ristorantino di sua conoscenza, il Bor la Bor. Veniamo trattati da re: si comincia con un brodo di carne di manzo e verdure, mentre la tavola è imbandita con diverse salse fatte con la paprica, una delle quali piccantissima. A seguire uno stinco di maiale che sarebbe bastato a sfamare un intero esercito, ma che era così buono che non abbiamo esitato ad aggredirlo come veri guerrieri... tanto da lasciare solo l'osso, e in pochissimo tempo!

L'ultimo appuntamento della giornata era la visita ai bagni turchi. La struttura è molto caratteristica, con mura che risalgono agli inizi del sedicesimo secolo. La direttrice ci ha fatto fare il giro completo e questo ci ha permesso di digerire l’abbondante pranzo prima di entrare in sauna a smaltire un po' di tossine. E dopo la sauna, la vasca Jacuzzi con getti d’acqua che ti rilassano al punto di farti addormentare, nuotata in piscina per la riattivazione muscolare e infine la piscina centrale con acqua che proveniva direttamente dalla sorgente con una temperatura di 36 gradi. Relax totale, che purtroppo è finito prima di quanto sperassimo!

Veloce passaggio all'Hotel Mercure che ci ha ospitato per 4 notti e, indovinate un po'? Di nuovo a tavola, stavolta in un ristorantino a pochi passi dall'Hotel. Dobbiamo fare un piccolo appunto sui ristoranti che abbiamo visitato: personale sempre carino e disponibile, cibi buonissimi, sempre ben presentati e curati nei minimi dettagli. Ebbene sì, mangiare a Budapest si è dimostrato grandioso e ha superato di gran lunga le nostre aspettative! Quest’ultimo ristorante, il SonkaArcok, ha rispettato tutte queste caratteristiche. La cameriera, che oltre ad essere molto preparata era anche molto carina, ci ha portato due taglieri strapieni di tutti gli affettati e formaggi della casa, le luci soffuse della sala davano una certa privacy, piacevole e allo stesso tempo coinvolgente.

 

 

Lo so quello che state pensando. Questi più che una vita da turista stanno facendo una vita da nababbi. È vero, ci stanno trattando molto bene ma presto ci rimetteremo in macchina (la nostra Bianchina ci sta aspettando!). Prima però dobbiamo ringraziare l’Ente del Turismo Ungherese che ci ha ospitato, Timari Bettina che ha organizzato nel dettaglio il nostro programma, e la nostra guida Eva, che grazie alla sua professionalità e a una impressionante conoscenza del territorio ci ha fatto vivere questo bellissimo Paese monumento dopo monumento, chiesa dopo chiesa e pietra dopo pietra. Vi consigliamo vivamente di contattarla per visitare l’Ungheria come va visitata!

L'Italia è il Paese con il maggior numero di patrimoni dell'Umanità UNESCO, si prepara a celebrare Expo 2015 e ha un'offerta culturale particolarmente attiva. Eppure, il brand Italia arranca, seppellita sotto i colpi di un "valore turistico" affossato da inefficienza, infrastrutture incomplete e poca attenzione al turista internazionale.

Questo l'inclemente risultato italiano presentato al Buy Tourism Online, il salone del turismo di Firenze che in questi giorni ha visto riuniti esperti del settore, aziende e competitor da molte parti d'Italia e del mondo. Dal Country Brand Index, un indice sull'attrattività delle nazioni stilato da 2.530 viaggiatori e opinion maker, è emerso che i tre paesi maggiormente attrattivi, che suscitano cioè fiducia e interesse nel turista globale, sono rispettivamente Giappone, Svizzera e Germania.

 

 

In particolare, le categorie che vedono premiato il gigante giapponese sono "Tradizione & cultura", "Turismo", "Potenziale di business" e "Made in", a significare che il turista che visita il paese ritiene di grande valutazione sia la tradizione nipponica, che è effettivamente il fiore all'occhiello di questa nazione, ma anche l'accoglienza di chi arriva, tanto per motivi turistici quanto per quelli di affari. Non c'è da stupirsi: il Giappone brilla per qualità delle infrastrutture e reti di trasporto (i treni Shinkansen superveloci, i grandi aeroporti, le strade), delle nuove tecnologie (è uno dei paesi più e meglio connessi del pianeta) e dell'offerta turistica (tanti siti patrimonio dell'Umanità, sia monumentali che turistici).

Nella Top 10 di questa classifica, che ha riguardato complessivamente 70 paesi, spuntano realtà più o meno turistiche, come ad esempio Singapore e Corea del Sud (favorite dall'ampio potenziale turistico e tecnologico), così come Svezia, Canada e Norvegia (dove prevale l'attenzione al turista, l'altissima qualità di vita, i servizi e l'economia galoppante) e infine Stati Uniti, Australia, Danimarca e Austria, preferite da turisti e uomini d'affari per le grandi potenzialità in termini finanziari e di sviluppo dell'imprenditoria, e dai turisti per panorami, qualità della vita e accoglienza.

Per quanto riguarda il Bel Paese, nonostante si classifichi nelle primissime posizioni per offerta culturale, enogastronomia, moda e mercato del lusso, a rendere il giudizio generale decisamente basso (e in calo rispetto al 15° posto del 2013) è la pessima percezione della qualità della vita e del potenziale di investimento, stanti soprattutto i recenti dati che dipingono l'Italia come il paese, al pari della Romania, più corrotto d'Europa. 

 

Samarcanda la sentiamo già nostra e vogliamo visitarla tutta. Veloce colazione e via alla Moschea di Bibi-Khanim, ultimata poco prima della morte di Tamerlano. Anche se per la maggior parte in rovina, ha ancora di un maestoso fascino, un tempo era una delle moschee più grandi del mondo. Vi basti pensare che solo l'ingresso principale è alto 35 metri. Durante gli anni cominciò a cadere in rovina e dopo il terremoto del 1897 crollò del tutto.

Una leggenda narra che la moglie di Tamerlano  ne ordinò la costruzione per fargli una sorpresa. L'architetto si innamorò di lei e si rifiutò di completarne la costruzione a meno che lei non lo avesse baciato. Tamerlano, dopo aver scoperto cosa stava succedendo, fece giustiziare l’architetto e ordinò che tutte le donne indossassero un velo sul volto per non far cadere gli uomini in tentazione. Attaccato alla moschea c’è il Siab market, un mercato strapieno di banchi che vendono spezie, verdura, frutta, cappelli, turbanti e souvenir vari.

Oggi ci sono 42 gradi e a vedere tutte quelle angurie ci viene voglia di prenderne due fette. Purtroppo però nessuno dei venditori vuole rimanere con l'anguria a metà e dopo vari tentativi ci arrendiamo. Proprio mentre stiamo andando via, un venditore da un altro banco al quale ancora non avevamo fatto la nostra richiesta, ci chiama e ci apre un bel cocomero, ci taglia due belle fette chiedendoci se è buono e guardando l’espressione sui nostri visi dopo il primo morso non aspetta neppure la risposta. Gli chiediamo quanto dobbiamo dargli e lui ci risponde con un sorriso: "Prego, è un regalo". La sua gentilezza ci colpisce e ci fermiamo un po' a parlare con lui.

Dopo i saluti proseguiamo il nostro giro e raggiungiamo il Mausoleo di Guri Amir, ossia la tomba dell’emiro. Sotto questo mausoleo sono sepolti i corpi di Tamerlano, di due dei suoi figli e di Ulugbek. La ragione della modestia di questo mausoleo è che la madrasa principale è stata demolita e non più ricostruita. La cripta di Tamerlano si trova in una stanza sottostante, ricavata da un singolo blocco di giada verde scuro, situata nel centro e circondata da altre cripte. Il nostro giro prosegue e andiamo a visitare Shahr-i-Zindah, ossia la tomba del re vivente; ha due ingressi e probabilmente entriamo da quello sbagliato. Ci addentriamo in un cimitero e solo dopo qualche centinaio di metri entriamo nel complesso riservato alla famiglia e ai favoriti di Tamerlano. Le tombe sono ricoperte di maioliche simili a quelle viste durante la giornata e che caratterizzano l’arte uzbeca. Tra le più importanti c'è la tomba di Qusam-ibn-Abbas, cugino del profeta Maometto, il quale si dice abbia portato l’Islam in questa regione. La tomba più bella è probabilmente quella della nipote di Tamerlano, che rispecchia in pieno l'arte del tempo.

Forse non serve neppure dire che tutti questi posti come il resto della città di Samarcanda fanno parte del Patrimonio dell’Unesco dal 2001. Il nostro giro culturale sta per finire. Prima di rientrare in hotel, torniamo però a visitare il complesso del Registan. Lo osserviamo così attentamente che sarà difficile dimenticare la sua bellezza. Appena rientrati in hotel, una bella birra fresca e una partita a carte, con urla di gioia per il vincitore e grida di rabbia per il perdente. Naturalmente attiriamo l'attenzione dello staff. Sentendoci, prima sono accorsi tutti impauriti per capire cosa fosse successo e poi, dopo averlo scoperto, sono scoppiati in un'interminabile risata.

Molto probabilmente domani lasceremo Samarcanda, questa splendida città. Dobbiamo passare prima in banca e poi a  far benzina, sperando di non incappare di nuovo nella “maledizione” di Nukus. Tagikistan aspettaci, stiamo arrivando!

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