Sveglia alle 5, colazione super mega abbondante e via diretti alla stazione degli autobus. C'è da spiegare che ci sono vari posti per visitare la Grande Muraglia Cinese, il più conosciuto e il più turistico è a Badaling, ed è anche il più semplice da raggiungere. Ci sono migliaia di minivan che organizzano il trasporto per questa destinazione ma se non si vuole incappare tra migliaia di turisti che scattano foto ed evitare di essere fermati dai proprietari dei negozi che vendono ogni specie di souvenirs, bisogna andare senza dubbio lungo il tratto di Muraglia che da Jinshànling arriva a Simatai.

È anch'esso conosciuto ma è molto meno turistico. Innanzitutto è a 110 chilometri da Pechino e poi il costo per il trasporto è di 400 rmb a persona più il biglietto d’entrata, altri 65 rmb. Questo a meno che non si faccia come noi, ossia: ci si dirige alla stazione Dongzhimen e si prende l’autobus per Mìyun (15 rmb); da qui l’autobus numero 25 per Gubeikou (9 rmb); poi la miglior cosa da fare è chiedere un passaggio per i restanti 11 chilometri fino ad arrivare all'entrata di una delle 7 meraviglie del mondo. Ci si impiega non meno di 3 ore, ma il risparmio è assicurato. Utilizziamo questa soluzione, arriviamo a destinazione e paghiamo l’entrata. Già in lontananza spicca qualche torretta, dopo 10 minuti di cammino appoggiamo il palmo della mano su quei mattoncini che una volta servivano a scoraggiare chiunque avesse voluto entrare nel territorio cinese. Pochi gradini e siamo sopra. Una sensazione di pace ci avvolge, una vista incredibile, una "strada" di mattoni che si arrampica su e giù  tra colline. Non si riesce a vedere la fine, restiamo intontini dalla grandezza e colpiti dalla bellezza; tutto intorno una paesaggio che rende la Muraglia ancora più affascinante. Non riusciamo a credere ai nostri occhi: ci troviamo sulla Grande Muraglia Cinese!

La prima costruzione cominciò più di 2.000 anni fa, durante la dinastia Qin, tra il 221 ed il 207 a.C. Fu eretta per tenere lontano chi aspirava a imprese di conquista. Richiese il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori, per la maggior parte prigionieri politici, ma non funzionò molto bene come arma di difesa. Fu più volte distrutta, specialmente dagli attacchi Mongoli, e poco volte ricostruita. Una volta Genghis Khan disse: "La forza di un muro dipende dal coraggio di coloro che lo difendono”, frase accusatoria nei confronti dei cinese, ma d'altra parte era il loro nemico. In compenso la Grande Muraglia funzionò molto bene per il trasporto di merci e persone attraverso un territorio molto scosceso e per inviare messaggi di fumo alla capitale quando si avvistavano movimenti dei nemici. Cominciamo la nostra camminata, 10 chilometri per raggiungere Simatai, percorribili in 4 ore. L'illusione di una facile passeggiata ci abbandona subito dopo aver passato la prima torretta: ci si presenta una salita incredibile fatta di gradini alti quasi mezzo metro. Sono veramente tanti. Per lo più questa è una zona che non è stata rinnovata e i grandi non sono allineati, cosa che rende ancora più difficile la scatala. Raggiunta la vetta, arriviamo in un’altra torretta. Siamo abbastanza in alto ma decidiamo di salire all’ultimo piano del posto d’avanguardia, raggiungibile tramite una serie stretti gradini che cominciano all’interno della torretta stessa. Pochi secondi dopo ci accorgiamo di essere veramente in alto: si vede un’infinita distesa di mattoncini, smorzata ogni 150/200 metri da una torretta. Il muro non è poi così imponente, sarà alto 3/4 metri, ma ai suoi piedi c’è un dirupo che rendeva ogni attacco molto complicato.

 

 

Rimaniamo immobili per un po' di tempo, prima meditando su quello che poteva essere 2.000 anni fa e poi scattando una miriade di foto. Continuiamo la nostra marcia e ogni volta che ci fermiamo per riprendere fiato ci giriamo per ammirare la bellezza del tragitto appena percorso, facciamo uno stop a metà, giusto il tempo di mangiare qualche merendina e dar fondo a un paio di bottiglie d’acqua. Mancano ancora 4 chilometri quando ci accorgiamo che un cartello indica che non si può più continuare. La strada verso Simatai è interrotta causa ristrutturazione e una coppia di ragazzi ci conferma che poco più avanti ci sono dei militari più che contenti di dare 3000 rmb di multa a coloro che trasgrediscono alla regola. L’alternativa è tornare indietro di due torrette, intraprendere la discesa e raggiungere un parcheggio dove prendere un taxi. Taxi? No way! Ma è l’unica alternativa. Prima di scendere ci fermiamo 10 minuti ad osservare la Grande Muraglia per l’ultima volta; è stato un momento incredibile, ci abbiamo camminato per 6 chilometri e ricorderemo per sempre ogni passo.

Man mano che ci avviciniamo alla strada ci assalgono con prezzi atroci, chi chiede 400 rmb, chi ne vuole 500. Noi diciamo a tutti che non paghiamo meno di 1.000 a persona, qualcuno di loro ride capendo la presa in giro, altri invece ci credono e chi danno l'ok per 1.000. Ci allontaniamo dal caos e fumiamo una sigaretta. Un paio di loro ci raggiungono e ci dicono che per 200 rmb ci portano a Miyun. Gli spieghiamo che abbiamo già fatto quella stessa strada al contrario e che non siamo dispositi a pagare così tanto quando in autobus costa 9 rmb. Certo però che per raggiungere Gubeikou ci sono da fare 18 chilometri. O si va in taxi o si va a piedi. Come al solito, cominciamo la contrattazione. Partono da 120, concludiamo a 40 con in aggiunta i biglietti d’entrata che abbiamo usato. Non abbiamo capito perché li vogliano, ma ci tengono molto e noi ne approfittiamo per farci abbassare il prezzo.

Al ritorno la strada è la stessa ma per la stanchezza ci addormentiamo sull'autobus e ci svegliano una volta arrivati in città. Arriviamo in albergo in metropolitana e ci buttiamo a letto. Quella di domani sarà un'altra bella e dura giornata: la mattina andiamo a visitare la Città Proibita e alle 9 parte il treno per Xi-An; 13 ore di viaggio, una passeggiata. Visto che i posti a sedere erano terminati stavolta niente Hard seat, ma Standing Ticket… Ci aspettano 13 ore in piedi. Stavolta saremo noi a vagare da un posto all’altro.

La stanchezza è tanta, avremo dormito più o meno 30 minuti. E ora per raggiungere Silistra e visitare la Riserva Naturale di Srebarna, prossima destinazione, dobbiamo fare 450 chilometri. Guidiamo un po' ciascuno e mentre uno guida, l'altro dorme o almeno ci prova. Raggiungiamo la meta nel primo pomeriggio. Ci siamo fermati per un panino e un paio di Red Bull a testa, ma non sono state d’aiuto. Alla fine, però, ecco la Riserva Naturale di Srebarna

La Riserva è entrata a far parte del Patrimonio mondiale dell'UNESCO nel 1983, sia per il lago, che ospita diverse specie animali, sia per la sua posizione geografica, sulla cosiddetta Via Pontica, rotta migratoria fra l'Europa e l'Africa. Il nome Srebarna deriva dai riflessi argentei sulla superficie del lago durante le notti di luna piena. Anche di giorno però la vista è mozzafiato! Peccato che non ci si possa avventurare nel bel mezzo della Riserva ma solo osservarla dai suoi  contorni. Ci siamo rimasti male, dobbiamo ammetterlo!

In compenso, però, ci facciamo un bel fuoristrada. Bianchina, la macchina, si è divertita un mondo, non vedeva l'ora di mostrarci le sue capacità e le abbiamo dato soddisfazione spingendola al massimo! Decidiamo così di non passare la notte a Silistra, ma di raggiungere subito Varna, meta estiva e perla Del Mar Nero. Purtroppo, però, non abbiamo fatto bene i nostri conti: anche se siamo distanti solo 140 chilometri, abbiamo incontrato un piccolo imprevisto. La prova con la Bianchina nel fuori strada aveva consumato le riserva di benzina. Rosso fisso già da tempo e di benzinai neanche l'ombra.

Proviamo a trovarne uno inserendo i dati nel nostro navigatore AvMap che ce ne indica uno a 22 chilometri di distanza. Possiamo farcela, ci arriviamo sfiorando solamente l’acceleratore e mettendo in folle il più possibile. Lo vediamo da lontano, come un'oasi nel deserto il miraggio sta diventando realtà, esultiamo alla vista della pompa di benzina, ma le nostre urla di felicità vengono subito smorzate dal cartello: "Chiuso"! Siamo nel bel mezzo del nulla, solo tanto verde intorno a noi, paesaggi bellissimi ma no benzinai. Ci guardiamo e capiamo che c'è solo una cosa da fare: dirigerci verso Varna, incrociare le dita e sperare di incontrarne uno sul cammino.

 

 

Guardiamo con ansia la lancetta che sta ormai quasi sparendo dal cruscotto. Siamo disperati. Ci guardiamo e cerchiamo di farci forza: "Al massimo si spinge fino al prossimo benzinaio". Un pensiero che ci rassicura e ci mette di buonumore, tanto che ci mettiamo a cantare sulle note di "Compagni di Scuola" di Venditti. La canzone ancora non è finita e finalmente ecco la nostra salvezza (in fondo l'idea di dover procedere a spinta non è che ci piacesse poi così tanto!). È stato il pieno più caro che abbiamo mai pagato, neanche pensavamo che Bianchina riuscisse a bere tutti quei litri.

Per fortuna, però, si arriva a Varna. Entrambi ci siamo già stati qualche anno fa ed è stato ancora più facile trovare il posto migliore per festeggiare! Ora tocca a noi! E dopo la paura che ci siamo presi, direi che ce lo meritiamo!

Parigi - Il 2014 è stato un anno particolarmente prolifico per la cultura e la protezione dei beni culturali nel mondo. Ce lo dice l'UNESCO, che ha pubblicato la lista dei ventisei World Heritage Sites, i patrimoni dell'Umanità entrati a far parte del grande sistema culturale globale in quest'ultimo anno.

Si tratta, nello specifico, di 21 siti culturali, 4 naturalistici e uno a carattere misto; di questi, sette sono nelle Americhe, cinque in Europa, uno in Africa, e i restanti tredici in Asia (comprendendo anche il Medio Oriente, la Turchia e la Russia).

 

 

Molti di questi siti sono poco conosciuti, mentre altri hanno una maggiore "diffusione globale", ma tutti sono legati dal fil rouge della storia e della cultura sviluppatesi in questi luoghi, dove la tradizione viene celebrata e resa prezioso strumento di valorizzazione turistica. Si parte dal sito storico archeologico di Bolgar, in Russia, e si passa alle città turche di Bursa e Cumalikzik, dove viene fatta risalire la nascita dell'Impero Ottomano.

Molto interessanti anche Civitas Corvey, in Germania, dove si trovano reperti dell'epoca carolingia di grande interesse storico, e le grotte decorate di Pont d'Arc, in Francia. Riconoscimento "funzionale" quello di Erbil, la cittadella irachena spesso considerata a rischio per i conflitti che coinvolgono questa zona, così come la Palestina che viene premiata per le sue terre di olive e vini, insieme al panorama culturale di Gerusalemme e Battir.

Altro riconoscimento naturalistico è andato all'Italia, con le zone vitivinicole di Langhe-Roero e Monferrato (che ha portato l'Italia a toccare quota 50 riconoscimenti, primo e finora unico paese al mondo a toccare detto traguardo), mentre la natura ha riguardato anche i premi al Great Himalayan National Park in India, alla Foresta Białowieża in Polonia e Bielorussia, alla natura del Trang An in Vietnam e alle zone umide del Wadden Sea, diviso tra Danimarca, Germania e Paesi Bassi.

Il riconoscimento più moderno, infine, va alla Van Nellefabriek di Rotterdam, sempre nei Paesi Bassi, un monumento post-industriale risalente agli anni '20 del XX secolo, nel quale si può ben comprendere l'evoluzione tecnologica nel mondo post-bellico e la sua bellezza intrinseca nei processi di trasformazione architettonica delle città del Nord Europa.

La lista completa dei siti UNESCO del 2014 può essere consultata presso il sito ufficiale dell'agenzia delle Nazioni Unite, a questo indirizzo.

Check-out a mezzogiorno, abbiamo sfruttato l’hotel fino all’ultimo minuto. E visto com'è andato il nostro ultimo viaggio, direi che ce lo siamo meritato! Dopo una bella dormita, è il momento di svegliare anche Bianchina, di caricare gli zaini e di mettere in moto, alla scoperta di Baku, la capitale dell'Azerbaigian e sito UNESCO. Prima tappa, la città murata, un piccolo paesino circondato da mura in ristrutturazione, con cannoni e catapulte rimessi a nuovo e ben posizionati sulle torrette. Le macchine possono girare tranquillamente ma il posto è davvero molto tranquillo e tutti preferiscono muoversi a piedi, anche perché la si può visitare in un'ora.

Concluso il nostro giro, ci spostiamo nel centro moderno della città: un traffico incredibile, code lunghissime ai semafori. Per dirla tutta, la città nuova non ci fa impazzire e decidiamo di andare alla fabbrica di tappeti più importante e conosciuta dell'Azerbaigian, Azer-Ilme. Trovarlo con Bianchina stava diventando impossibile: ognuno ci dà un'indicazione diversa. Il caos, finché incontriamo un signore molto disponibile che ce lo spiega, sempre parlando in russo. Stanchi e confusi gli confessiamo che è un'ora che giriamo a vuoto e lui, gentilissimo, decide di accompagnarci. Dieci minuti e siamo sul posto, lo ringraziamo e lui tranquillamente va alla stazione dei bus per tornare al punto in cui lo avevamo incontrato poco prima. Si chiama Ale, una persona davvero gentile, tanto che ci scambiamo i numeri di telefono. Una mossa che potrebbe rivelarsi fondamentale, perché Ale tornerà a farci compagnia più avanti. Intanto continuiamo. Dove siamo? Ah sì, siamo da Azer-Ilme, la fabbrica di tappeti!

Entriamo e veniamo accolti in maniera stupenda. Un ragazzo che parla un po' inglese e un po' russo ci fa fare il giro completo dello stabile, costruito nel 1996 dal professor Vidadi Muradov. Cominciamo prima con la camera dove tingono la lana con coloranti di origine vegetale, seguendo rigorosamente secolari tecniche di colorazione. Poi c'è il processo di tessitura, con i designer che sono responsabili dell'intero processo, artistico e tecnico, della produzione di ogni tappeto. Da qui, ci accompagnano nella camera di lavaggio, asciugatura e levigatura dove gli addetti si lanciano in qualche commento sul calcio italiano. Noi ne aprofittiamo per fare qualche foto insieme, anche con il grembiule da lavoro. Nel frattempo ci spiegano come funzioni il loro lavoro; il processo di tessitura è la parte più interessante, con donne davanti a delle enormi macchine piene di fili che velocemente ,con un uncino di ferro, prendono filo per filo e con maestria fanno nodi su nodi, fino alla creazione del tappeto. È l'ultima tappa del ciclo di vita di un tappeto, prima dell'imballaggio. Finito il giro, ci fanno vedere un'altra stanza dove bambini imparano l’arte della tessitura per far sì che la tradizione Azera continui e non si perda con il passare del tempo. Torniamo nella stanza principale e qui incontriamo il professore Vidadi Muradov, il fondatore di questa fabbrica di tappeti. Scambiamo quattro chiacchiere e ci regala un libro tradotto in italiano e pubblicato a Roma in cui sono mostrate tutte le tecniche e il lavoro portato a termine da ogni designer. È stato un onore, davvero!

 

 

La fame inizia a farsi sentire. Il nostro giro è finito.È ora di andare a mangiare. Andiamo in in ristorantino tipico dove mangiamo un bel po' di piatti locali, tutti molto buoni ma dei quali non siamo riusciti a ricordare i nomi. Mentre mangiamo, però, ecco la più brutta sorpresa che potessimo ricevere: la Dogana con la Russia è stata chiusa!! Ci prende un colpo: la Russia è la nostra unica via di uscita dall'Azerbaigian. Oggi è venerdì, sono le 5 del pomeriggio e le ambasciate sono chiuse. Dentro di noi si scatena il panico. Non abbiamo alternative: non possiamo tornare in Georgia (non ce lo permette il nostro visto provvisorio per Bianchina), per entrare in Iran ci vuole troppo tempo per avere il visto, quello per il Turkmenistan ci è stato negato e il traghetto per Atkau, in Kazakistan parte ogni 7/10 giorni, un tempo troppo lungo per il nostro visto. Insomma, non abbiamo altre speranze se non passare in Russia. E la dogana pare sia stata chiusa. Che si fa?

Chiamiamo Ale, l’unica persona che ci può aiutare. Ci raggiunge in mezz’ora, gli spieghiamo il problema e inizia subito a fare qualche telefonata. Ci rassicura sull’apertura del confine russo, gli diciamo che su internet dice il contrario, ,a lui fa qualche altra chiamata e ci consiglia di raggiungere la frontiera il prima possibile per controllare di persona. In caso di risposta negativa, ci dirà come fare per raggiungere velocemente il traghetto per Atkau; un suo amico ci farà sapere in anticipo il giorno di partenza della barca. Insomma, non siamo per niente tranquilli ma ci dobbiamo subito mettere in macchina, Partiamo e e siamo fermati da due posti di blocco che provano a sfilarci soldi. Stavolta siamo stati attenti ai castelli con il limite di velocità, non hanno nulla per permarci e continuiamo il nostro viaggio. Il tempo passa inesorabile. Sono le tre del mattino e c'è ancora tanta strada da fare. Ci fermiamo a Quba per la notte, o almeno di proviamo. È tardi e non troviamo hotel: il più econonomico ci chiede 40 euro ma vi giuriamo che avremmo preferito dormire per terra piuttosto che su quei letti. Proviamo a dormire in macchina, già una volta ci siamo riusciti, ma è buio e facce poco raccomandabili si aggirano sospette nei dintorni. Non possiamo rischiare: abbiamo con noi tutta l'attrezzatura e il materiale fotografico. Siamo di nuovo in viaggio, per raggiungere l'unico hotel disponibile. Il costo della stanza è alto, 70 euro, ma abbiamo dovuto prenderla. Saranno le 4 ore di sonno più care della nostra vita ma non abbiamo scelta. Domani si va verso la frontiera per scorpire se ci faranno passare. Augurateci buona fortuna!

Sveglia alle 8, è ora di visitare il nostro ennesimo sito Unesco, molto differente dagli altri visti in precedenza. Oggi si va nell'antica città di Sukhothai, la capitale originale del primo regno thailandese e primo regime indipendente del Siam, il quale fu al centro di tutte le attività per 150 anni. Dista 15 km dal nuovo centro cittadino, decidiamo quindi di affittare un motorino sia per raggiungerla più facilmente sia per girarla a nostro piacimento. L’entrata è di 100 baht più 20 per il motorino.

Neanche facciamo 100 metri e alla nostra sinistra vediamo l’imponente Wat Mahathat, il miglior esempio dell’architettura di Sukhothai. Una volta conteneva diversi santuari e cappelle oltre alla la bellezza di 198 Chedi, dove venivano riposte le reliquie dei re thailandesi. E’ tutto circondato da colonne in condizioni più che precarie e tra di esse si può notare la più grande statua del sito, un Buddha alto 9 metri. Ci sbizzarriamo facendo foto e rubando qualche notizia da un gruppo di spagnoli con una guida al seguito che proprio in quel momento inizia a raccontare la storia del luogo.

Dopo aver appreso qualche nozione generale risaliamo sul motorino e, come da istruzioni, continuiamo il nostro giro. Arriviamo al Wat Si Sawai, originariamente un tempio Hindu, poi diventato Buddhista.Segue il Wat Sa Si, costruito su un’isola in una posizione che lo rende più affascinante degli altri templi e noi ci soffermiamo ad ammirarlo in tutto il suo splendore. Di nuovo sul motorino, sempre con la cartina in mano provando a seguire il tragitto menzionato dalla guida, chissà perché continuiamo a fare sempre lo stesso giro. Basta uno sguardo tra di noi per riporre la cartina nella tasca e cominciare a gironzolare tra quelle rovine così antiche e piene di storia.

Non sappiamo in che ordine, ma alla a vedere tutto, anche più di una volta. Senza accorgersene si fanno le 4 del pomeriggio, più che soddisfatti dell’escursione rientriamo nell'ostello, una doccia e via al mercato notturno che non è molto distante da dove alloggiamo. Non molto grande, si estende per un centinaio di metri, ma strapieno di ottime cose da mangiare. Optiamo per dei tavolini posti all’estremo del mercato, ci incuriosisce la presentazione di un piatto servito su un altro tavolino, ne ordiniamo due e dopo neanche 3 minuti altri due.

Buono è dir poco, capiamo immediatamente di aver trovato il nostro piatto locale preferito: si tratta del pad ka pow moo kom, non ricordiamo esattamente il nome ma ricorderemo alla perfezione il suo sapore. Costa 30 baht al piatto, una squisitezza, specialmente per gli amanti del piccante. Si fa subito notte, decidiamo di rientrare e per la strada non possiamo fare a meno di comprare una busta piena di Longan per 30 baht al kilo. Oggi si va a nanna presto, domani ci aspetta un altro importante sito Unesco da visitare. Un consiglio per chi vorrà visitare questa splendida città: provi a prendere una stanza nell’Happy Guesthouse, economica e vicinissima a tutto, col proprietario è gentilissimo e più che disponibile per qualsiasi consiglio o aiuto.

La prima dogana è stata passata. Alle 11 del mattino entriamo in territorio sloveno. Andiamo direttamente alle Grotte di San Canziano, dove la guida ci aspettava, pronta a mostrarci lo spettacolo. Un vero spettacolo della natura. La guida ci ha raccontato che le Grotte sono entrate a far parte del patrimonio naturale e culturale mondiale dell'UNESCO nel 1986 e che ora costituiscono il fenomeno ipogeo più importante sul Carso e della Slovenia.

Sono attraversate dal fiume Reka (che tra l’altro in Sloveno vuol dire proprio fiume). In passato è anche accaduto che la massa d’acqua del fiume sia diventata così imponente da ricoprire gran parte delle grotte tanto da farle chiudere per i turisti. In alcuni punti le grotte raggiungono i 160 metri di altezza e una larghezza di 120 metri. Nel tempo si sono formati stalattiti e stalagmiti di grandezze impressionanti. Una di queste ha cominciato a formarsi 360.000 anni fa. La chiamano the Orjak, il gigante. Dopo due ore di cammino tra grotte, cunicoli e scorci più che caratteristici, torniamo al punto di partenza, organizziamo una foto di gruppo e via di nuovo nella nostra Defender, destinazione, Porto Rose.

 

 

Appena arrivati ci siamo sistemati al Grande Hotel Porto Rose; la nostra camera ha una splendida vista sul porto. Giusto il tempo di posare gli zaini e siamo partiti per visitare questa splendida città marittima. Ci siamo fatti una passeggiata sul lungo mare e non sono mancati incontri interessanti con le persone del posto, che ci hanno dato tanti consigli sui posti e sui locali da visitare. Purtroppo, però, dovremo rimandare la nostra uscita a domani sera, in mattinata ci aspetta la visita al parco naturale delle Saline di Sicciole e dobbiamo essere lì molto molto presto. Speriamo bene!

Siamo a Samarcanda e la città ci sta già facendo innamorare. Il viaggio però è stato più complesso di come ce lo aspettavamo (tanto per cambiare!). Siamo rimasti a Nukus e da lì riprendiamo il nostro racconto. Il 2 luglio, martedì, continua il nostro giro tra le banche: prima Osaka Bank, strisciamo le nostre carte per un totale di 250 dollari. Ma il cash bisogna ritirarlo nell’altra filiale. La troviamo dopo mezz’ora di macchina, ritiriamo i soldi ma il cambio non è conveniente, un dollaro a 2.082 som.

Andiamo allora nelle vicinanze del Bazar, dove si trovano facilmente uomini con facce un po' losche che ti cambiano un dollaro a 2.666 som, tutte con banconote da mille, un totale di 665.000 som. Non è un pacco di soldi, ma una busta piena di banconote, che infiliamo sotto la maglietta per tornare all'albergo e pagare la stanza. Carichiamo tutto in macchina. Ora bisogna trovare un benzinaio. Impossibile e poi l'unico che può avere il diesel lo vende a 3.750 som al litro (quasi un euro e quaranta centesimi). Troppo. Dopo varie peripezie entriamo in casa di un signore del posto che ci vende 55 litri ad 2.600 som al litro (poco meno di un euro). Un bel risparmio. Ora siamo pronti per ripartire: destinazione Samarcanda.

Prima sosta a Bukhara dopo aver percorso 535 chilometri. Arriviamo verso sera, è sempre martedì, e decidiamo di fermarci per cena nella piazza principale, nel cuore della città vecchia (Shakhristan). Nel centro c’è una grande vasca, si chiama Labi-hauz, dove bimbi e ragazzi fanno il bagno e dove i più grandi azzardano tuffi arrampicandosi sugli alberi e gettandosi da 7/8 metri. Tutto questo in pieno centro. Ci fermiamo in un ristorantino adiacente alla vasca, i prezzi sono abbastanza cari per il nostro budget, ma ci piace l’atmosfera e incredibilmente riusciamo a barattare anche sulla cena. Il proprietario si è messo a ridere, ma alla fine ci ha stretto la mano e ha accettato la nostra offerta: 2 piatti di riso con verdure e una bottiglia d’acqua per 7 dollari. Secondo noi, ha accettato solo per avere due turisti seduti al suo ristorante.

Bukhara è considerata la città più sacra dell’Asia Centrale con edifici millenari, un centro storico tuttora abitato e parte del patrimonio mondiale dell’UNESCO. Ci saremmo dovuti fermare ma abbiamo solo fatto un giro tra madrase e monumenti dopo cena. Purtroppo i 3 giorni a Nukus, non previsti alla partenza, hanno rovinato la nostra tabella di marcia. Così verso mezzanotte ci rimettiamo in marcia per Samarcanda, 260 chilometri ci dividono da lei. Vi diciamo subito che non ce l'abbiamo fatta. Ci fermiamo dopo un'ora di macchina per riposarci, per due volte andiamo fuori strada per via dei colpi di sonno. Ci svegliamo che è ancora notte, un'altra ora di macchina, un'altra sosta e alle 8 del mattina arriviamo a Samarcanda!

Durante il tragitto Bianchina ha festeggiato i suoi primi 10.000 chilometri. Siamo ufficialmente a metà del viaggio. Trovare un posto economico per dormire non è semplicissimo, tutti gli hotel sparano doppie a non meno di 50 dollari. L’altra opzione è andare nelle case private dove per due letti e una cena si spendono 20 dollari a testa. Troviamo un signore disponibile a ospitarci ma solo per una notte, decliniamo l’offerta. Lui simpaticamente ci porta da un suo amico proprietario di un hotel, vicinissimo al centro storico, e ci aiuta a prendere una stanza per 30 dollari a notte. Accettiamo felici, doccia e subito a mangiare. Dopo pranzo cadiamo entrambi in un sonno profondo che ci accompagna fino alle 5 del pomeriggio, l'ora perfetta per uscire e visitare la splendida città che ci ospiterà per tre notti.

Il sole tramonta alle 9, non c'è fretta. Finalmente abbiamo un po' di tempo e dedichiamo il resto della giornata al complesso del Registan. Maestose e imponenti Madrase, una quasi esagerata quantità di maioliche, azzurri mosaici e giardini interni armoniosi e con pareti ristrutturate che emanano pura bellezza: il complesso del Registan è senza dubbio uno dei monumenti più straordinari dell’Asia Centrale. È composto da tre Madrase: la madrasa di Tillankari, rivestita in oro e completata nel 1660, la Madrasa di Sher Dor, ultimata nel 1636, il cui portale d'ingresso è decorato con due leoni (anche se assomigliano più a due tigri) e fu realizzato a dispetto della proibizione islamica di raffigurare animali viventi, e infine la Madrasa di Ulugbek, la più antica, portata a termine durante il periodo di Ulugbek nel 1420. Sul retro c'era una grande Moschea e all’interno aule per l’insegnamento di matematica, filosofia, astronomia e teologia. Tuttora si può vedere dove abitavano gli alunni.

Ogni edificio ha un ampio spazio interno, oggi pieno di negozietti che vendono souvenir e bibite ai turisti ma sempre rispettando la natura del posto. Ci sediamo per terra nel centro delle tre Madrase, siamo avvolti da colori che al riflesso del sole risaltano in tutta la loro lucentezza. Il nostro sguardo spazia tra i minareti, le cupole e le facciate frontali. Ci si sente davvero piccoli al loro cospetto. Rimaniamo fermi così per più di mezz’ora, affascinati dalla vista di un posto unico nella sua spettacolare bellezza. Ci aspettano tanti altri posti da visitare, ma già possiamo dire che Samarcanda ci ha fatto innamorare.

Eccoci a Istanbul. Siamo pronti a scoprire questa bellissima città ed il modo migliore per farlo è dirigersi subito verso il centro dove, come abbiamo già detto e come potete vedere da soli dalle foto in basso, tutto scorre normalmente e senza alcun problema, nonostante gli scontri di Piazza Taksim. La nostra prima tappa è la Moschea di Sultanahmet, conosciuta come Moschea Blu, per via del colore delle piastrelle che ornano l'interno. Seguiteci!

La Moschea Blu fu costruita dall'architetto Sedefkar Mehmed Aga dal 1609 al 1616, durante il regno di Hamed I. Al suo interno è tuttora custodita la tomba del fondatore e una madrasa, ma la Moschea è diventata ormai un'attrazione turistica a tutto tondo. L’interno è rivestito con oltre 20.000 piastrelle di ceramica, tutte fatte a mano, che rappresentano più di 50 diversi disegni di tulipani oltre a disegni vari di fiori e frutta. Le 200 vetrate, regalate al Sultano dalla Signoria di Venezia, sono decorate ma in modo tale da far entrare sufficiente luce. Oggi l'illuminazione è semplificata però dagli enormi lampadari.

Tutte le decorazioni sono state prese da versetti del Corano, eseguite dal calligrafo (sì, perché le decorazioni sono soprattutto grafiche e non rappresentano la divinità in forma antropomorfa) più importante di quei tempi: Seyyid Kasim Gubari. L'elemento più importante è il Mihrab, da dove l'Imam esegue il suo sermone. È costruito in modo tale che lo si possa vedere e sentire da ogni parte della Moschea. Nel complesso è veramente stupenda! Noi siamo rimasti a bocca aperta già vedendola dall'esterno, così maestosa e importante. È capace di catturare lo guardo e di farti perdere nei dettagli della sua infinità.

Di fronte alla Mosche Blu, si staglia la Basilica di Santa Sofia. L'edificio venne realizzato inizialmente per accogliere una cattedrale Ortodossa, funzione che svolse dal 573 al 1204. Fu poi convertito in una cattedrale di rito Romano Cattolico, dal 1204 al 1261, tornò a essere una cattedrale Ortodossa fino al 1453 e si "trasformò" in una Moschea, ruolo che ha svolto fino al 1931. Oggi invece, la Basilica ospita un museo. Si tratta di uno degli edifici che ha cambiato più volte "destinazione d'uso" nel corso della sua storia!

La Basilica di Santa Sofia fu inizialmente costruita per ordine dell’imperatore bizantino Giustiniano e rimase per mille anni la cattedrale più grande del mondo, primato che perse con la costruzione di quella di Siviglia nel 1520. Nel 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai turchi Ottomani, il sultano Mehmed II ordinò di convertirla in Moschea. L'altare, le icone, la campana e tutti gli affreschi furono rimossi o coperti e sostituiti con il Mihrab e i minareti. Oggi è possibile vedere l’affresco di Maria e Gesù e dell’Angelo Gabriele risalenti al nono secolo. Purtroppo però una metà dell’interno è in ristrutturazione e l'edificio non è completamente visibile.

Terminato il nostro giro turistico e con negli occhi ancora le immagini di questi due edifici davvero eccezionali, ci siamo resi conto che era ora di pranzo. Come al solito, non ci siamo fatti mancare un kebab per strada. Ce lo siamo fatte fare piccantissimo. Non sono bastate 3 bottigliette d’acqua per soffocare quel sapore così forte. E dopo pranzo, abbiamo decisamente cambiato zona per andare a dare un'occhiata a Piazza Taksim. Ma questa è un'altra storia.

Alle 10:30 siamo partiti in autobus: 7 ore di viaggio al prezzo di 279 baht dalla stazione numero 2 di Sukhothai, destinazione Ayuthaya. Arriviamo alle 5, l’autobus ci lascia nel bel mezzo di una superstrada distante 8 km dal centro città. Un tuc-tuc passa e ci chiede se vogliamo un passaggio per 100 baht a persona. Abbiamo preferito optare per l’autostop e poco dopo un pick-up ci fa salire.

Facciamo il solito giro delle guesthouse: i prezzi si aggirano intorno ai 300/400 baht per una doppia. Stanchi di girare ci fermiamo a mangiare un piatto di riso e facciamo conoscenza con Mino, un ragazzo della Brianza “scozzese” (lavora come insegnante d’inglese). Ci facciamo dare qualche dritta sulla città: lui ci consiglia una guesthouse a poco prezzo, ma il proprietario del ristorante non la pensa allo stesso modo. Così Mino ci dice gentilmente che possiamo dormire a casa sua senza problemi, e a quel punto non ci resta che accettare con piacere.

La sera usciamo per mangiare qualcosa e dopo 2 ore ci ritroviamo a bere Whiskey Blend e soda ad un tavolo composto solo di thailandesi: non si fa in tempo a finire un bicchiere che te ne riempiono subito un altro! Abbiamo bevuto fino all’una del mattino, ora in cui siamo rientrati in casa (dove ci aspettava un super mega partitone a 351).

Il mattino seguente Mino va a lavoro e noi ci dirigiamo al centro storico, che è anche patrimonio Unesco. Cominciamo la nostra visita con il Wat Phra Mahathat, di cui ci colpiscono molto i Chedi costruiti con mattoncini rossi. Il paesaggio intorno è bellissimo e alcuni templi sono veramente ben conservati. La visita prosegue con il Wat Phanan Choeng, che all’interno contiene una statua di Buddha seduto alta 19 metri, e con il Wat Chai Wattanaram, dove si possono ammirare lunghe file di piccole statue dei Buddha senza le teste, così ridotti dopo l’attacco da parte dei Birmani.

Giriamo la città in lungo e in largo e all’ora di pranzo decidiamo di andare a mangiare al mercato galleggiante. Una Papaya Salad ci costa 30 baht, e noi la chiediamo piccante come dei veri thailandesi; e dopo poco la bocca ci va in fiamme! Proseguiamo la nostra camminata e ci addentriamo nella parte un po’ più turistica, dove le stradine sono piene di elefanti che trasportano turisti o persone del posto che tornano stanche dal lavoro sui campi. Ci sono poi recinti con caprette, struzzi, cammelli e una piccola caverna all’interno della quale vediamo una tigre seduta, con due zampe che mettono paura solo a guardarle. Ci invitano ad entrare per accarezzarla o per farci delle foto (poi avremmo potuto lasciare qualche baht come offerta). Naturalmente accettiamo: è come accarezzare un grosso micione, solo che quando si gira di scatto ti fa saltare come un grillo! Ci sembra però così mansueta che ci azzardiamo ad abbracciarla e ad appoggiarci sopra di lei, che rimane sempre tranquilla. Nonostante questo, ad ogni movimento sospetto la reazione è immediata: alzati ed allontanati!

Si sta facendo  sera  e decidiamo di rientrare a casa di Mino, ma ci siamo completamente persi: camminiamo  lungo il fiume e, buttando ogni tanto l’occhio nell’acqua, intravediamo un varano di 2 metri che si affaccia in superficie, che nuota tranquillo per una decina di metri e poi al nostro primo rumore ritorna sott’acqua. Poco dopo una piccola mandria di bufali affolla la piccola stradina: pochi sì, ma con le corna molto lunghe! Al nostro passaggio ci fanno strada e noi possiamo continuare tranquilli la nostra passeggiata.

Insomma, sembra di essere all’interno di una giungla dove animali che potrebbero diventare pericolosi se ne stanno tranquilli tra di noi. Abbiamo trovato questa città molto più selvaggia delle altre, in cui alla natura e agli animali viene lasciata più libertà.

Finalmente riusciamo nel nostro intento e arriviamo a casa, dove c’è già Mino che ci aspetta. Ci facciamo una doccia  e via a mangiare. Però stasera non si fa tardi, domani si riparte, destinazione Krabi: speriamo che i monsoni non ci perseguitino e che ci possiamo godere un po’ delle splendide spiagge thailandesi

 

Come vi abbiamo anticipato ieri, durante la nostra gita alla Grande Muraglia Cinese, anche oggi sarà un'altra giornata alla scoperta di Pechino. Abbiamo cominciato dalla Città Proibita, chiamata così perché per 500 anni è stata chiusa. Il risultato è che ora per recuperare il turismo perso c’è più gente all’interno che in tutta la capitale. Solo per la fila per comprare il biglietto ci abbiamo messo più di un'ora.

Passiamo attraverso il colossale portone d'ingresso e tra i vari "Permesso" e "Mi scusi", riusciamo a metterci in prima fila per qualche foto. Ci sono grandi spazi, piazze larghissime e tutt’intorno le residenze e i palazzi, naturalmente in stile orientale, con tegole color oro e rifiniti con dragoni e uccelli vari. Qui una volta risiedevano due dinastie di imperatori, quella dei Ming e dei Qing. Passiamo attraverso varie porte: Meridian Gate, Divine Military Gate e Gate of Supreme Harmony, poi raggiungiamo le tre sale più importanti della Città Proibita: Hall of Supreme Harmony, la struttura più larga e importante delle tre, costruita nel XV secolo e restaurata nel XVII secolo. Veniva usata per le occasioni cerimoniali, come il compleanno dell'Imperatore e per la nomina e l'incoronazione dei capi militari.

Dietro di questa si trova la Hall of Middle Harmony: era una sala di transito, dove l'Imperatore preparava i suoi discorsi e riceveva i suoi ministri. L'ultima è la Hall of Preserving Harmony, usata soprattutto per i banchetti. Ma non finisce mica qui; ci sono centinaria di altre cose da vadere, come The Palace of Heavenly Purity, The Clock Exhibition Hall, la Hall of Jewellery e tanto altro. Sinceramente, però, c'è veramente troppa gente, non si riesce neanche a camminare e decidiamo di fare una breve visita ai giardini imperiali, una passeggiata attraverso vecchi e malformati cipressi. Cominciamo ad allontanarci dalla massa turistica e ci perdiamo tra le vie della città, non vediamo niente di particolarmente interessante ma almeno camminiamo tranquilli e con poca gente intorno. Alla fine, per fortuna, riusciamo a ritrovare l'uscita, naturalmente grazie all'incontro con qualche turista.

Proprio di fronte si trova la piazza più grande del mondo, Tienanmen Square, un’immensa distesa deserta pavimentata, con al centro un monlite. Fu progettata da Mao per accogliere le parate militari e, durante la Rivoluzione Culturale, ci marciarono più di un milione di persone. È veramente immensa, tanto che è difficile descriverla a parole. Vi diciamo solo che abbiamo impiegato più di dieci minuti per attraversarla. E non c'è neanche una panchina dove sedersi e controlli come agli aeroporti. Proprio quando siamo nel centro, inizia a piovere. Attorno a noi è un fuggi fuggi generale. Dovremmo cogliere l’attimo e fotografarla in quella situazione di caos, ma preferiamo non tirar fuori la macchina fotografica e ripararci.

Attraversiamo di nuovo la zona pedonale e i vari mercatini. Ma è tardi ed è ora di tornare verso l'albergo. Sono le 18.30, abbiamo appena preso gli zaini e raggiungiamo la stazione. Ci aspettano 13 ore di viaggio per raggiungere Xi-An, una passeggiata. Stavolta però niente posti a sedere, abbiamo due Standing Ticket, ossia rimarremo in piedi, oppure ci sbragheremo sotto qualche sedile.

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