Cosa non mangiare all’estero #3



Fritto in Italia vuol dire tante cose, e soprattutto fa rima con tante regioni: dallo gnocco fritto della Pianura Padana al nord e con i tipici (mitici), panzerotti baresi nella ridente Puglia. Per non parlare degli “arancini” o “arancine” (a seconda delle varianti dialettali palermitane o catanesi), della Sicilia. Di supplì romani ne avete mai sentito parlare? Una goduria.

 

 

Ma ormai, cari affezionati lettori, sapere bene che, girato l’angolo, non tutto è oro quello che luccica, e non tutto il fritto è quello che fa venire l’acquolina in bocca. Non stiamo parlando delle patatine fritte modello fast food (quelle sono ancora una prelibatezza), ma di una cosa molto più off limits.

Allora, se e come è successo questa primavera a Padova, dove un topo fritto è stato trovato nel sacchetto delle patatine, preoccupatevi, chiamate i NAS, le ASL e chi più ne ha più ne metta. Ma se vi trovate nella periferia di Pechino e Shangai allora niente paura, è ordinaria amministrazione. Quella del topo in Cina infatti è una delle carni più costose e pregiate (tanto che il topo ha anche il suo posto d’onore nel calendario cinese, come animale associato a prosperità e fascino). Servita nei ristoranti o in “pregiati” banchetti da street food, certo per palati abituati a sapori forti e, come dire, anticonvenzionali.

Le varianti più scelte dalle cuoche cinesi? Bollito, arrosto con un più o meno variabile pomodoro, oppure al forno. “Mangio topi da 10 anni e non ho mai avuto alcun tipo di problema. Si possono friggere, oppure bollirli. Sono molto dolci e saporiti”. Parola della signora Mo Lin, cliente affezionata di un macellaio della provincia del Guangdong. Come dire, paese che vai, modo di considerare il topo che trovi!

(Se vi siete persi le precedenti puntate di questa "serie degli orrori gastronomici", rimediate subito: il pulcino e il fugu)