Lo zibibbo dichiarato patrimonio dell'Umanità



Festa grande ieri, a Pantelleria, appena è giunta da Parigi la notizia che l'UNESCO, l'agenzia ONU che raccoglie 161 paesi nella salvaguardia del patrimonio storico, culturale e monumentale mondiale ha dichiarato all'unanimità (eventualità peraltro piuttosto infrequente) lo zibibbo come patrimonio dell'Umanità. Per la prima volta nella storia dell'UNESCO, l'ambitissimo premio riguarderà una produzione agricola, e non una zona o un singolo monumento.


 

Per l'Italia si tratta dell'ennesimo riconoscimento di un patrimonio culturale e naturalistico che non ha eguali al mondo; con lo zibibbo, infatti, la lista dei beni riconosciuti all'agenzia sale a 51, al primo posto nella classifica mondiale, con Russia, India e Stati Uniti staccati tra i 40 e i 49 siti ciascuno. L'Italia batte dunque, e anzi conferma, un record straordinario, che permetterà anche allo zibibbo di entrare tra i beni tutelati a livello globale.

Ma conosciamo meglio questa coltura patrimonio dell'Umanità da ieri: il vero nome di quest'uva è Moscato d'Alessandria, e la sua origine si può ritrovare addirittura nell'epoca fenicia, con il popolo mediterraneo che trasportò alcuni vitigni sulla piccola isola siciliana di Pantelleria, territorio generalmente arido e privo di coltivazioni che si è valorizzato nel corso dei secoli, grazie ad una tecnica agricola, detta "coltivazione ad alberello", che risale addirittura al periodo di dominazione saracena.

I grappoli così coltivati vengono lasciati all'aria aperta, nei vitigni, per più tempo del necessario, in modo da provocare una maturazione che in altri casi potrebbe risultare eccessiva. Attraverso questo passaggio, l'uva acquista un tenore zuccherino maggiore del normale, e dunque la fermentazione segue una logica diversa, preceduta dalla "messa su tavola" dei grappoli, che vengono stesi sulle cosiddette graticce di legno, prima di essere pigiati e trasferiti nelle botti, dove inizia il lungo processo di trasformazione di vino vero e proprio, qualità già ampiamente riconosciute con DOC e DOCG ma che ora hanno acquistato, sia il prodotto finito che tutto il disciplinare che c'è dietro, una valenza culturale assolutamente rilevante.