Baku, Azerbaijan

Sognando la Thailandia 2013. Bye Bye Tblisi, benvenuto Azerbaigian

Bye bye Tblisi. Ci siamo fermati poco in Georgia e siamo pronti per la prossima destinazione: Baku, Azerbaigian. Partiamo a mezzogiorno, 600 chilomeitri da fare, orario d’arrivo previsto alle 8 di sera. Abbiamo già la prenotazione alberghiera, ci è servita per farci concedere il visto, ottimo hotel al centro, finalmente una destinazione semplice. Stavolta non dovrebbe esserci nessun problema. Dovrebbe

Dopo poco più di un’ora arriviamo alla frontiera. Tutti cordiali e disponibili, ci chiedono i documenti e noi, preparatissimi, glieli mostriamo. Tutto sembra (sembra) andare per il meglio ma il disastro è dietro l’angolo. Una sventura difficile anche da immaginare o forse soltanto una sfiga incredibile. I nostri documenti sono OK, il nostro visto è di 8 giorni più lungo di quello che ci serve. Ma la macchina no. E per far sì che anche la macchina abbia la stessa durata del nostro visto bisogna lasciare un deposito. Abbiamo chiesto quanto e la risposta non ci è piaciuta: 4.800 dollari! Neanche unendo i nostri risparmi di una vita arriviamo a questa cifra. Per fortuna un’alternativa c’è. Possiamo ottenere un visto di transito per Bianchina, della durata di 72 ore, con il quale attraversare il paese e raggiungerne un altro, senza poter tornare indietro. Il nostro programma di tornare in Georgia per entrare in Russia è saltato.

È l’unica alternativa (a parte i 4.800 dollari) e non possiamo fare altro che accettare. Nel frattempo, sono le tre del pomeriggio. Il programma semplice semplice dell’inizio sta andando a frasi benedire. Comunque vada, entriamo nel nostro settimo stato, l’Azerbaigian, dopo aver pagato 52 dollari tra assicurazione e tassa statale. Strano, ma tutto con ricevuta. Siamo sulla strada buona, una strada larga e lunga. La velocità di crociera è di 90 km/h e il peggio sembra (sembra) essere passato. Neanche cinque chilometri e vediamo un flash. Sappiamo già cosa sta per succedere ma siamo tranquilli. Il limite di velocità non può essere inferiore alla nostra velocità. Due minuti dopo un posto di blocco; ci fanno scendere e senza dire nulla ci mostrano una foto con le nostre facce sorridenti. Il limite è di 50 km/h e noi andavamo a 95. Ecco, appunto! Chiediamo quanto dobbiamo pagare per la multa e ci dicono che si tratta di 250 manet, l’equivalente di 250 euro.

Abbiamo sorriso. Noi quei soldi non li abbiamo. Per tutta risposta, ci mostrano uno sportello bancomat all’interno della stazione. E noi, tranquilli, “Non li abbiamo neanche nella carta di credito”. Stavolta la risposta è stata meno accomodante: “Allora avete un grosso problema”. Non abbiamo molte alternative: o lasciamo qui la patente internazionale, cerchiamo i soldi, torniamo indietro, paghiamo e riprendiamo la patente oppure proviamo a trattare. La prima opzione non è percorribile per una serie di motivi: non possiamo tornare indietro e non vogliamo pagare la multa. E così, ha inizio la contrattazione. Un’ora e 25 minuti di conversazione in russo, senza neanche una parola in inglese, abbiamo inventato e fatto qualsiasi cosa ci sia venuta in mente: false chiamate al telefonino, ricerche senza fine negli zaini per dimostrare che non abbiamo soldi. Abbiamo fatto vedere loro i portafogli con banconote dei paesi già attraversati e con carte di credito scadute. A questo proposito, vi diamo un consiglio: quello è solo uno dei portafogli che abbiamo con noi, quello vuoto che ci serve per eventuali ladruncoli. Nella maggior parte dei casi, vedendolo si accontentano senza scavare oltre nello zaino e trovare quello “vero”. Ma torniamo alla contrattazione. Dopo un’ora e passa, alla fine hanno commesso il passo sbagliato: hanno cominciato ad abbassare il prezzo. Noi abbiamo capito che si poteva fare e dopo battute e risate ce la siamo cavata con strette di mano, qualche euro che avevamo in tasca e una bottiglia di ottimo vino Ungherese (per quest’ultima ci è veramente dispiaciuto). Comunque è andata, e siamo di nuovo in viaggio!

Passano cinquanta chilometri e la storia si ripete. Altro flash e altro posto di blocco. Scendiamo subito e gli diciamo che non abbiamo soldi né carte di credito. E che l’unica bottiglia di vino era già stata presa dai colleghi. Bastava chiamarli. E loro lo fanno. Dopo la telefonata, siamo di nuovi in pista. Al terzo posto di blocco non scendiamo neppure e risolviamo la situazione dal finestrino, che ormai resterà aperto fino al nostro arrivo dopo i problemi avuti nei giorni scorsi. Il nostro programma di viaggio è completamente saltato, si fa notte e fulmini e tuoni invadono il cielo. Un tremendo acquazzone si abbatte su noi e su Bianchina. La strada è impraticabile, non riusciamo neppure a vedere i bordi della strada ma forse è una fortuna. Guidare da queste parti è a pazzi. Andare fuoristrada significa ritrovarsi quasi in un altro stato, le macchine vengono contromano senza alcun problema, i TIR si infilano in ogni agolo. Una situazione paradossale. E i cartelli!? Ne abbiamo avvistato uno che diceva “280 km. per Baku” e dopo dieci minuti un altro che ne mostrava 310 per l’arrivo in città. Anche entrare a Baku non è stato semplice. L’uscita è introvabile, per non parlare dell’albergo, perso in una stradina. Non ci spieghiamo come si possa aprire un hotel in un posto introvabile. Ci facciamo forza, parcheggiamo e lo cerchiamo a piedi, ridendo per l’assurdità della giornata. Troviamo l’albergo e andiamo a dormire. Sono le 4 del mattino, siamo arrivati otto ore più tardi di quanto avevamo previsto. Ma domani ci aspetta la visita di Baku, Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

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